Nuovo soggetto politico.
Non è semplice, ma ci vuole l’impegno di tutti

Il Manifesto, 20 aprile 2012

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È mia ferma convinzione che non ci sarà mai un nuovo soggetto politico della sinistra se il lavoro non tornerà a “farsi partito”. Non la rappresentazione di quella che è stata la funzione storico-politica del lavoro nel Novecento, ma quello che esso è oggi, dopo le trasformazioni subite nel corso della rivoluzione neoliberista e quelle che sta subendo nella crisi in atto. E non solo in Italia ma anche in Europa, dove solo così, probabilmente, si potrà ipotizzare quel superamento del conflitto che divide le “due sinistre”, quella radicale e quella moderata, che da decenni impedisce la costruzione di un’effettiva alternativa all’egemonia delle destre.
Gli estensori del Manifesto per un soggetto politico nuovo hanno scelto un altro punto di vista: quello della crisi verticale che attraversa il rapporto tra i cittadini e i partiti politici, tra rappresentanza e partecipazione, tra bene comune e una pratica della politica come “affare privato”di una classe dirigente ridotta a ceto che non sa uscire dalla propria autoreferenzialità.
Che questo sia il compito del momento, l’urgenza cui far fronte, non c’è alcun dubbio. Al di là di tutte le considerazioni più generali sui rischi cui, sotto i colpi di una crisi sistemica, è esposta la democrazia, soprattutto nel nostro paese, a dirci della necessità impellente di realizzare una svolta nell’agire politico e nei suoi metodi basterebbe quello che sta emergendo nelle vicende della Lega e della Margherita rispetto all’uso delle risorse del finanziamento pubblico. Ciò spiega anche le aspettative (di gran lunga superiori a quelle ottenute in altri momenti da iniziative che invocavano la necessità di costruire a sinistra un nuovo soggetto politico: penso al Convegno di Orvieto promosso nel 2006 dall’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, Uniti a Sinistra e l’Associazione Rosso Verde) che il Manifesto ha suscitato in settori significativi di una sinistra frustrata e delusa dall’impotenza della politica in questa fase cruciale della vita del Paese.
Il problema è se è possibile dare una risposta efficace e duratura alle questioni che il Manifesto solleva solo attraverso l’intreccio tra pratiche partecipative nell’agire politico e tematica dei beni comuni e se, invece, non si tratta di indicare una direzione di marcia a partire dai conflitti e dai rapporti che si possono intessere tra le classi nelle pieghe profonde della società, restituendo al lavoro quella funzione ordinatrice di un nuovo modello di società e di sviluppo che la rivoluzione neoconservatrice ha negato e destrutturato nel corso dei decenni trascorsi. E questo in un momento in cui il lavoro, organizzato entro moderni rapporti di produzione e di scambio, ha assunto – dalla Cina al Brasile, dall’India alla Russia e al complesso di tutti i Paesi emergenti – effettivamente una dimensione mondiale. Come si vede non è solo un problema di contenuti e di programma.
L’importante tuttavia è che un sasso sia stato lanciato nella morta gora in cui la sinistra politica, dopo la sconfitta del 2008, si è impantanata, nonostante i tentativi sia di Rifondazione che di Sel di cercare vie di uscita, quasi sempre in alternativa e competizione tra di loro. Sarebbe necessario che il Manifesto diventasse una base di discussione aperta a ulteriori sviluppi e integrazioni in un confronto senza reti e pregiudiziali di sorta, senza preclusioni verso alcuno, attento a evitare le insidie dell’autoreferenzialità a cui, per forza di cose, anche le iniziative animate dalle migliori intenzioni (si pensi alla parabola del Social Forum) sono esposte, nella consapevolezza che la sfida che sta di fronte a tutta la sinistra è di portata storica e deve essere in grado di affrontare i problemi urgenti e drammatici dell’oggi guardando alla prospettiva che sta di fronte a noi.
Naturalmente bisogna essere tutti consapevoli che l’operazione politica avviata dal Manifesto per un soggetto politico nuovo non può ignorare la scadenza delle prossime elezioni politiche. E per tante ragioni. E’ del tutto legittimo, anzi auspicabile, che le forze che hanno dato impulso alla battaglia referendaria del giugno scorso e quelle che hanno costituito la punta di diamante di tante esperienze amministrative, a partire da Milano e Napoli, cerchino di rappresentare le loro esperienze nel prossimo Parlamento. Inoltre, un’iniziativa che si propone di mettere in campo una nuova soggettività e ambisce a cambiare la politica nel nostro Paese se dovesse mancare all’appuntamento, per tanti aspetti decisivo, delle prossime elezioni politiche abortirebbe sul nascere.
L’onere di evitare che questo si trasformi nell’ennesima lista a sinistra, in un’ulteriore fattore della sua frantumazione, non è solo dei firmatari del Manifesto. Né del resto avrebbero il potere di farlo. È un problema che riguarda tutti. Da questo punto di vista l’intervento di Paolo Ferrero mi sembra un contributo importante, che va accolto con favore. Anche se resta aperto, a mio parere, il problema della sua indisponibilità a concorrere alla costruzione di un’alternativa di governo, e quindi alla costruzione di un nuovo centrosinistra. Dobbiamo tutti liberarci dal fantasma della Sinistra l’Arcobaleno e capire, una volta per tutte, che la causa di quella cocente sconfitta non è stata la raggiunta unità ma tante altre ragioni che oggi sarebbe inutile e anche ingeneroso riesumare.
È ovvio che i partiti debbono saper fare un passo indietro e concorrere all’affermazione di procedure rigorosamente democratiche e partecipative nella formulazione dei programmi e nella formazione delle liste.
Non è un’impresa semplice. E l’incalzare della crisi economica e sociale e i pericoli di collasso del sistema democratico, a differenza di quanto qualcuno crede, non sono opportunità ma insidie che rendono meno agevole il percorso. Mai come oggi, a sinistra, ci sarebbe bisogno di lungimiranza e disinteresse. Ho fiducia che sapremo trovarli entrambi.

Il Manifesto, 20 aprile 2012

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