Il mistero irrisolto della rappresentanza

Il Manifesto, 31 marzo 2012

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È del tutto evidente che oggi lo scontro sia essenzialmente concentrato intorno all'articolo 18. Ma devo confessare che ho trovato sorprendente che in queste settimane mai sia entrata nell'agenda dei temi da discutere la ricerca di una soluzione legislativa al fatto che, sulla base di una dubbia interpretazione dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, Marchionne abbia messo fuori dagli stabilimenti del gruppo Fiat la Fiom, il principale sindacato dei metalmeccanici. E ciò sebbene siamo in presenza di una legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro promossa dalla Fiom medesima e che da più di un anno giace in Parlamento.
Non l'ha fatto la Cgil, forse timorosa che l'introduzione di una tale questione al tavolo delle trattative avrebbe potuto complicare la faticosa ritessitura (rivelatasi alla fine vana) dei rapporti con Cisl e Uil che, in quanto firmatari del nuovo contratto aziendale con la Fiat, sono corresponsabili di tale esclusione. Ma non l'ha fatto, curiosamente, nemmeno la Fiom che ha concentrato la sua opposizione al raggiungimento di un'intesa sul problema, pure rilevantissimo, della manomissione dell'articolo 18. E non ci ha provato nemmeno il governo, che avrebbe potuto mettere una tale proposta sul piatto delle contropartite per cercare di vincere le resistenze sindacali a una maggiore libertà dei licenziamenti individuali da parte delle imprese. Segno della sua subalternità culturale, e persino psicologica prima che politica, alle ragioni del grande capitale finanziario e industriale.
Poco valore può avere l'obiezione che si tratta di una questione che esula dai temi inerenti al mercato del lavoro. L'ostinazione con cui il governo è intervenuto sull'articolo 18 dimostra che il vero oggetto dello scontro sono i principi fondamentali che presiedono alle relazioni industriali nel nostro paese. Da questo punto di vista non c'è alcun dubbio che la Fiat in questi anni ha fatto da battistrada. E che per farlo più agevolmente è uscita persino da Confindustria, producendo uno strappo senza precedenti nella stessa rappresentanza sindacale degli imprenditori.
Ora quello che mi chiedo è se ci sono parlamentari dell'Idv e del Pd che, attraverso emendamenti ai provvedimenti sul lavoro che il governo varerà in questi giorni, sentano l'esigenza di rimettere all'ordine del giorno una soluzione per via legislativa del tema della rappresentanza nei luoghi di lavoro e di sanare per questa via lo strappo con la Fiom consumato dalla Fiat.
È del tutto evidente che sarà difficile che una siffatta iniziativa possa avere buon esito nel dibattito parlamentare. Tuttavia sarebbe importante segnalare che un tema di primaria grandezza non sia totalmente cancellato dal dibattito politico e parlamentare. Su questa modesta proposta i gruppi parlamentari dell'Idv possono assumere una posizione? Le diverse sinistre del Pd sono nelle condizioni di prendere un'autonoma iniziativa parlamentare? E Stefano Fassina e Cesare Damiano, che si sono spesi per evitare che il loro partito perdesse ogni residuo ancoraggio al mondo del lavoro, possono formarsi in merito un'opinione? Staremo a vedere
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Il Manifesto, 31 marzo 2012

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