Sinistra, qualche idea per ricostruire una coalizione

Il Manifesto, 15 novembre 2011

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Con l’approssimarsi della fine dell’era Berlusconi da più parti ci si chiede come affrontare le elezioni, che esse siano in primavera o alla scadenza del 2013. Ed è del tutto normale, quindi, che i protagonisti dei più significativi recenti successi della sinistra (mi riferisco alle elezioni amministrative e ai referendum, come alle grandi mobilitazioni sociali che hanno preceduto la grande manifestazione del 15 ottobre degli indignati) si interroghino su come queste loro esperienze possano trovare posto nel futuro Parlamento. Ed è un bene che questo accada. E poiché non è prevedibile né auspicabile che questa esigenza si risolva attraverso una sorta di cooptazione individuale degli esponenti dei movimenti nelle liste dei partiti esistenti, è possibile che all’appuntamento del voto politico a sinistra si presenti un’ulteriore nuova compagine elettorale. Sostengono apertamente tale eventualità Micromega e settori di Libertà e Giustizia. Presumo che a una tale prospettiva pensino i protagonisti di quella sinistra autonoma che sta nascendo in Calabria indipendentemente dai partiti. Nelle scorse settimane, poi, è sembrato che Luigi De Magistris potesse essere orientato a mettere a disposizione di tale progetto il prestigio che circonda l’amministrazione napoletana.
Allora è inevitabile che nella prossima scadenza elettorale il voto a sinistra si frantumi e si disperda in diversi rivoli più di quanto sia accaduto finora? Non sarebbe necessariamente così se tutti – partiti e movimenti – si collocassero alla pari ai nastri di partenza di un comune percorso teso a verificare la possibilità di una lista unitaria a sinistra.
Prevedo subito le obiezioni. Ma come non ti è bastato – sento già dire – la rovinosa esperienza della Sinistra l’Arcobaleno? Non ho nessuna esitazione ad affermare che non mi è bastato, che rivorrei proprio la Sinistra l’Arcobaleno, magari con un altro nome, giacché all’indomani di quella cocente disfatta nessuno ha sentito la necessità di discutere insieme delle ragioni che l’avevano provocata e ognuno si è affrettato e riprendere la sua strada. Se quella discussione ci fosse stata, si sarebbe giunti probabilmente alla conclusione che alle origini della sconfitta stavano non l’unità ma il fatto che si fosse caduti nella trappola della “divisione consensuale” voluta da Veltroni e che le liste fossero fatte ricorrendo a una spartizione delle candidature nel chiuso delle segreterie nazionali dei partiti, con metodi da far impallidire persino gli ideatori del manuale Cencelli di democristiana memoria.
È di questa lezione che bisognerebbe fare tesoro e pensare a un processo politico e elettorale fondato sulla partecipazione. Sarebbe possibile prevedere primarie anche per la formazione delle liste? E se ciò non garantisse a sufficienza il pluralismo, si potrebbe pensare a candidature frutto nelle diverse circoscrizioni della consultazione degli iscritti ai partiti, di assemblee di amministratori locali o di delegati sui posti di lavoro, e infine dei comitati referendari? Bisognerebbe, poi, rompere ogni indugio sul fatto che la sinistra non può sottrarsi al compito di ricostruire una coalizione di centrosinistra, individuando sul terreno del programma le cose che a una tale alleanza oggi si possono realisticamente chiedere, di fronte alla crisi economica e democratica che attanaglia il Paese e alle sue implicazioni internazionali.
Certo una simile scelta per l’immediato sarebbe sicuramente più agevole e realistica se fosse avviato un progetto a più lungo termine nel quale il lavoro “torni a farsi partito” per contribuire a quella svolta strategica di cui l’Italia e l’Europa nella crisi avrebbero bisogno. Ma questo è un altro discorso
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Il Manifesto, 15 novembre 2011

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