Stiamo pronti, anche nel recinto qualcosa si muove
Intervento sul forum tra Bertinotti, Ferrero e Landini

Liberazione, 23 ottobre 2011

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Il forum tra Bertinotti, Ferrero e Landini, coordinato da Dino Greco e pubblicato da Liberazione il 9 ottobre, ha il merito di collocare la discussione a sinistra in una dimensione di ben più ampio respiro da quella che siamo soliti praticare. Finalmente, vien da dire.
Fa bene Bertinotti a richiamarci alla necessità di un’analisi differenziata del capitalismo attuale. Ci sono tanti capitalismi, egli dice, quello occidentale dominato dalla finanza e oggi travolto da una crisi che non ha precedenti, quello dei paesi emergenti che vive accanto a tante parti del mondo consegnate a un impoverimento crescente. Di questa sua stessa premessa, tuttavia, Bertinotti non sembra trarre tutte conseguenze possibili. Questi diversi capitalismi stanno a indicare che la crisi in atto è anche causata da un vero e proprio terremoto che sta attraversando la divisione internazionale del lavoro. Alla stagnazione e all’implosione della finanza che ha colpito l’Occidente corrisponde una crescita ancora sostenuta dei paesi del Bric. E infatti nel 2010, nonostante la crisi, il Pil mondiale è cresciuto complessivamente del 5%.
A mio parere questo andamento diseguale è la principale spia della attuale crisi generale del capitalismo. Mi riferisco al fatto che, mentre in Occidente siamo di fronte a qualcosa di analogo a ciò che Marx ha chiamato la “caduta tendenziale del saggio di profitto”, nel senso che da decenni il danaro tende a investire direttamente in danaro essendo questo di gran lunga più profittevole che l’investimento nella produzione di beni, i paesi emergenti hanno goduto di una sorta di condizione di “accumulazione originaria” del capitale. La novità sta nel fatto che questi due aspetti che nelle analisi classiche del capitale, a partire da Marx, stavano all’inizio e alla fine del capitalismo, ora nel capitale globale convivono. E che effetti produrrà l’interazione tra di loro è difficile dire. La crisi che viviamo in Occidente segnala soprattutto il fallimento del disegno di unificazione dell’economia mondiale da parte del neoliberismo, fondato sul asservimento totale del lavoro, le delocalizzazioni della produzione di beni e la finanziarizzazione, nonché sul ricorso alla guerra per imporre il proprio ordine mondiale. Ma essa significa anche che tutti gli equilibri ne risultano scomposti e che tutto si rimette in movimento, a partire da quella grande faglia che si è prodotta nell’ordine mondiale con le rivolte dei paesi arabi. La crisi – almeno per ora - non sta dunque orientando il mondo verso una nuova riorganizzazione sistemica. Tutto è aperto e tutto è in movimento.
A Bertinotti bisogna riconoscere il merito di aver spostato la discussione a sinistra dalla congiuntura politica ai fondamenti. Ma non mi persuade la sua rappresentazione della crisi, laddove egli tende a dire che la realtà sociale è come divisa da un “recinto” entro il quale finanza, politica e culture dominanti tendono a omologare chi vi è incluso, mentre fuori di esso si coltiva la rivolta e l’alternativa.
Insomma io farei attenzione a tutto ciò che è in movimento sia al di qua che al di là del “recinto”. E che qualcosa si muova anche al di qua lo si percepisce da tanti segnali. Per restare all’Europa il fatto che si parli di tassazione delle transazioni finanziarie e di patrimoniale non è proprio cosa da nulla. E nel nostro paese il fatto che Marchionne mandi all’aria Confindustria, e che questa abbia rotto con Berlusconi, non è una questione marginale.
Insomma, come si vede il sommovimento dentro il “recinto” assume direzioni e segni diversi, ma indica una situazione di instabilità entro la quale la sinistra deve provare ad allargare i varchi anche timidi e angusti che si possono aprire alla sua iniziativa. Le proposte – lotta al precariato, salario di cittadinanza, rappresentanza sociale, e io aggiungerei misure di blocco temporaneo dei licenziamenti – avanzate da Landini ai fini di una possibile costruzione di un programma nuovo di centrosinistra, cosa sono se non le basi minime della ricerca di un nuovo equilibrio tra le parti in campo?
Del resto, se si guarda all’Europa, è del tutto evidente che il Vecchio Continente nella nuova divisione internazionale del lavoro che può emergere dalla crisi è l’anello debole che rischia di essere irreversibilmente spezzato. Se si resta alle ricette della Bce più che il riaffermarsi delle ragioni della finanza quello che si vede all’orizzonte è la rovina dell’Europa, dove nessuna delle parti sociali in lotta, per dirla con Marx, è destinata a salvarsi. Finora le classi dominanti, soprattutto quelle tedesche che dettano l’agenda europea, non sembrano averne piena coscienza. Ma ciò vuol dire che tocca al mondo del lavoro e alla sinistra indicare il terreno di un nuovo inedito compromesso sociale, esercitando non solo la funzione ineludibile di rappresentare il conflitto ma anche quella di produrre egemonia.
La sinistra, anche per rappresentare appieno le istanze profonde che stanno alla base del movimento di protesta contro la crisi, deve coniugare la radicalità della prospettiva con il realismo dell’agire politico immediato, dove conteranno anche i rapporti di forza che si determineranno nel futuro scenario politico europeo.
Insomma per ricostruire quella sinistra autonoma e radicata nel mondo del lavoro e nelle masse popolari del nostro Paese, che sta a cuore a tutti noi e su cui nel forum mi sembra convenga alla fine Paolo Ferrero, bisogna rifuggire – per usare parole antiche – tanto dal “massimalismo” quanto da un “riformismo” debole e subalterno, indicando un percorso di cambiamento di cui sia chiara la direzione di marcia ma che su alcuni terreni, come quelli del governo del Paese, può essere fatto anche di piccoli passi
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Liberazione, 23 ottobre 2011

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