Perché il lavoro deve tornare a “farsi partito”

Articoli per “Alternative per il socialismo”, “Critica marxista”, “Progetto Lavoro”

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La sinistra non è, se non rappresenta il lavoro

Sotto l’incalzare dei colpi della crisi economica e finanziaria, che in Italia s’intreccia alla crisi morale delle classi dominanti prodotta da quasi venti anni ormai di quello che si suole chiamare berlusconismo, sembra che nel corso di questa estate il divorzio tra società (cittadini, opinione pubblica, interessi organizzati a tutti i livelli della scala sociale) e politica si stia nel nostro Paese irreversibilmente consumando.
Non deve sfuggirci che, ad allargare le distanze tra società e politica, contribuiscono attori le cui motivazioni sono, paradossalmente, eminentemente politiche. Sulla sfiducia generalizzata dei cittadini verso la politica e la principale istituzione democratica, che è il Parlamento, conta il centrodestra per continuare a sopravvivere sia pure in una condizione di permanente agonia. Su di essa puntano i “poteri forti” dell’economia e dell’informazione – da Confindustria, al “Corriere della Sera” a “Repubblica”, e persino la Fiat di Marchionne -, diversamente schierati rispetto all’arco delle forze politiche esistenti, ma uniti nell’attacco alla “casta” e ai suoi privilegi. E fortemente tentati dall’ipotesi di un “papa straniero”, Montezemolo in primis, nella lotta per la successione a Berlusconi e al suo sistema di potere, ripetendo in un certo senso lo schema, di fronte a una politica esausta, che ha portato dopo Tangentopoli proprio Berlusconi alla guida del Paese. Tra le opposizioni parlamentari i destini del Terzo Polo sono in parte legati alla realizzazione o meno del progetto dei “poteri forti” cui si è accennato, il Pd di Bersani oscilla tra riedizione del centrosinistra e coalizione neocentrista con Casini, della politica “corsara” di Italia dei Valori non è semplice prevedere gli sbocchi.
E la sinistra, quella che dopo le elezioni del 2008 è stata esclusa dal Parlamento e stenta a trovare la strada per una sua ricostruzione e la sua rinascita? È evidente come essa sia lacerata e combattuta. Da un lato è preoccupata a non farsi assimilare a un ceto politico sempre più autoreferenziale e privo di legittimazione presso strati sempre più ampi di opinione pubblica e, quindi, tenta di tenere il passo con tutto ciò che nel suo potenziale mondo di riferimento produce opposizione sociale e civile, quell’”indignazione” e quello spirito di rivolta che sembra essere l’unico modo autentico rimasto per collocarsi a sinistra (dagli appuntamenti di ciò che resta del “popolo viola”, a ciò che si muove attorno alla Fiom e alle sue battaglie, alla protesta civile di quei ceti riflessivi che da parte di Micromega a Libertà e Giustizia si intende rappresentare). Ma dall’altro è anche difficile, per la sinistra, liberarsi dalla preoccupazione che, nel clima generale che attraversa il Paese, anche questi movimenti diventino preda dell’antipolitica e imbocchino strade al cui termine c’è solo rabbia e protesta senza sbocchi. Del resto, come non vedere che all’origine del silenzio e dell’impotenza in cui sembrano essere piombati i movimenti referendari, che pure sono stati protagonisti della più importante vittoria della parte progressiva del Paese che ci sia stata nell’ultimo decennio, vi sia la difficoltà a mettere a disposizione quel risultato per un progetto di cambiamento più generale, impedendo così – complice l’incombere della crisi economica e finanziaria – che quella vittoria contribuisca alla costruzione di una sintesi più ampia e di un programma alternativo.

Coniugare radicalità e realismo
Questo stato delle cose, tuttavia, non è ineluttabilmente senza alternative. Vi sono gli spazi, di fronte alla gravità della crisi economica e finanziaria che si è abbattuta sull’Occidente, e che per tanti ragioni espone in modo particolare il nostro Paese, perché da sinistra si costruisca una proposta che sappia coniugare radicalità delle trasformazioni da perseguire nella prospettiva e realismo delle scelte immediate per fronteggiare l’emergenza del debito pubblico. La scelta della Cgil di rispondere all’iniqua manovra del governo con lo sciopero generale il 6 settembre, nei giorni della discussione al Senato, è stata quanto mai opportuna non solo per le ragioni di merito che l’hanno provocata, ma perché ha tentato di offrire una cornice e una sintesi al movimento di protesta che comunque sarebbe esploso in mille rivoli, cercando anche di stabilire una connessione possibile tra battaglia parlamentare e azione sociale, se nel Parlamento vi fosse stato qualcuno che se ne fosse fatto interprete senza incertezze.
Ma, detto ciò, a sinistra si sbaglierebbe a pensare che tale scissione tra istituzioni della democrazia rappresentativa e malessere della società - in cui la politica, paradossalmente, diventa la principale imputata perché ridotta a specchio passivo dei difetti peggiori della società civile - possa essere risolta solo sul terreno delle scelte immediate. Persino nel Pd vi sono posizioni e voci (da Andriani a Fassina) che indicano nei processi di globalizzazione e nella crisi che essi hanno provocato le cause di fondo dello stallo in cui versano le democrazie occidentali. Alfredo Reichlin, da tempo, sottolinea come le profonde trasformazioni intervenute nella divisione internazionale del lavoro con l’irrompere sulla scena dell’economia capitalistica mondiale di Cina, India e Brasile mettono in discussione il ruolo e l’idea stessa di Occidente, quel rapporto tra democrazia e capitalismo che – sia pure attraverso percorsi travagliati segnati dal totalitarismo e dal fascismo – Stati Uniti e Europa hanno realizzato. E che questo comporta cambiamenti epocali che investono il destino medesimo dell’umanità. A conclusioni analoghe, sul versante della sinistra, è giunto Fausto Bertinotti nel suo recente libro Chi comanda qui?, nel quale fa coincidere la crisi delle democrazie occidentali con la fine dei “”Trent’anni gloriosi” e del compromesso socialdemocratico postbellico.

Affrontare il divorzio tra società e politica
Se questa è dunque la dimensione dei problemi, del resto tratteggiata già qualche anno fa nel suo saggio sulla “postdemocrazia” da Colin Crouch, ben difficilmente il divorzio tra società e politica, che in Italia è giunto a livelli di particolare acutezza, potrà essere colmato se non si assume un punto di vista che vada oltre i confini nazionali e sappia tenere assieme le specifiche contraddizioni del nostro Paese e una visione più generale dei caratteri della crisi attuale. Ebbene, è mia opinione che è possibile affrontare il divorzio tra società e politica, che costituisce la manifestazione più immediata della crisi della democrazia rappresentativa, se ritorna all’ordine del giorno la ricostruzione di una rappresentanza politica del lavoro così come esso si è trasformato nel corso della rivoluzione neoconservatrice dell’ultimo trentennio. È questo, probabilmente, il principale fattore di continuità che tiene insieme il secolo scorso e quello appena iniziato, rispetto ai tanti importantissimi elementi di discontinuità che hanno caratterizzato il passaggio da un secolo all’altro. A ben vedere, infatti, dal momento in cui il movimento operaio irrompe da protagonista sulla scena della storia contemporanea, è sempre stato così. Sono state le lotte per l’emancipazione e la liberazione del mondo del lavoro che – dalla formazione degli stati liberali di massa di fine Ottocento e la conquista del suffragio universale maschile fino all’affermazione degli Stati sociali sorti nel secondo dopoguerra – hanno provocato uno sviluppo in senso progressivo dei sistemi politici nel loro complesso e l’affermarsi delle libertà democratiche.
Il tema all’ordine del giorno, dunque, a sinistra dovrebbe essere innanzitutto come ridare rappresentanza politica al lavoro, a partire dalla consapevolezza che le difficoltà che da decenni si incontrano nella realizzazione di questo compito, più che frutto di cedimenti culturali e politici, che pure ci sono stati, costituiscono un problema storico irrisolto. Insomma, come è possibile dare nuova rappresentanza politica al lavoro, se questo entro i processi di globalizzazione assume sempre più una dimensione internazionale mentre quella che dovrebbe essere la sua rappresentanza politica resta chiusa entro i confini nazionali?
Eppure mai come ora, nella storia del mondo contemporaneo, la potenza materiale e il peso oggettivo del lavoro sono stati così grandi. Infatti, mai come oggi, il lavoro che nasce all’interno dei rapporti di produzione e di riproduzione del capitalismo è stato così diffuso su scala mondiale, a cominciare da quello operaio, legato allo sviluppo dell’industria manifatturiera nei paesi emergenti dell’Asia, e in parte dell’America latina. Cioè mai il lavoro, e in particolare quello industriale, ha raggiunto pari livelli di universalizzazione dal sorgere del capitalismo, e mai come oggi il fatto che esso prenda “coscienza di sé” (come si sarebbe detto un tempo), che si dia appunto nelle diversi parti del mondo una rappresentanza politica autonoma - attraverso percorsi e una costruzione della propria identità per tanti aspetti allo stato delle cose imprevedibili - è essenziale al fine del superamento di quelle contraddizioni che segnano l’insostenibilità ambientale e sociale dell’economia-mondo attuale.
Se mai vi sono state condizioni oggettive che possono dare senso all’aspirazione acché il lavoro salariato liberando se stesso liberi tutta l’umanità mai esse sono state così grandi come nell’epoca attuale. È questa la ragione per cui tale aspirazione può e deve tornare a essere idea regolativa dell’agire politico. Rapporto tra i sessi, tra crescita e ambiente, tra libertà e uguaglianza, su cui da tempo a sinistra ci s’interroga, più che questioni che si aggiungono alla contraddizione capitale lavoro, sono la dimensione nuova entro cui tale contraddizione si manifesta, in un quadro segnato da un capitalismo che afferra e subordina a sé il senso stesso dell’esistenza umana.
Le ragioni di una nuova sinistra, in ogni parte del pianeta, e quindi anche da noi, devono partire da qui, da questo giudizio sulla struttura del mondo, da questa valutazione generale della fase che attraversiamo.
Non deve sfuggire, tuttavia, che far discendere da una rinnovata rappresentanza del mondo del lavoro, nelle condizioni date dai processi di globalizzazione, il progetto di ricostruzione di una sinistra politica, mette a nudo tutte le difficoltà dell’impresa. Nel corso dei due secoli che abbiamo alle spalle il movimento operaio in Europa ha potuto costruire la sua soggettività politica presentandosi quale parte integrante della civilizzazione europea, come l’erede più autentico del processo di secolarizzazione che aveva accompagnato la genesi del capitalismo. Movimento operaio e democrazia, come si è detto, hanno proceduto di pari passo. Oggi, il fatto che le economie guida dello sviluppo capitalistico inglobano realtà esterne all’Occidente, come quella cinese e indiana, le quali si sono riorganizzate – dopo la fine del colonialismo e la crisi del comunismo mondiale – attorno a culture e a processi di civilizzazione innervati di dispotismo orientale o insidiati da forme di fondamentalismo religioso, rendono molto problematico e complesso la ripresa su scala globale di una lotta che restituisca al lavoro la funzione di emancipazione di sé e dell’umanità intera. Qual è, insomma, il sistema di valori progressivo fuori dall’Occidente che possa alimentare un cammino di libertà che scaturisca dall’emancipazione del lavoro salariato? Che il mondo non sia inevitabilmente destinato a quello “scontro di civiltà” di cui scriveva Huntington all’indomani del crollo del socialismo reale lo dimostrano i movimenti che hanno dato vita alla “primavera araba”, nonostante le loro battute d’arresto, le loro contraddizioni e l’impotenza della sinistra europea (assordante il suo silenzio sulle vicende di Libia e Siria) a svolgere una qualsiasi funzione in quello che sta accadendo.
È questo problema che riassegna di nuovo soprattutto all’Europa, al suo mondo del lavoro, il compito di trovare il bandolo per ricostruire una nuova sinistra, e con essa una nuova stagione della democrazia, all’altezza dei problemi e delle contraddizioni del capitalismo globale. Ciò potrà essere possibile, tuttavia, a patto che si sia consapevoli di essere parte di un processo mondiale che impone di riarticolare obiettivi e funzione.

La centralità del ruolo dell’Europa
Si ritorna, dunque, alla sinistra europea e al ruolo dell’Europa, di quella parte del mondo in cui il movimento operaio e il socialismo sono nati, e in un certo senso sono rimasti circoscritti, se si fa eccezione della fallimentare esperienza, almeno nei suoi esiti, del comunismo mondiale,
L’Europa è un continente a rischio: a rischio di emarginazione a seguito dei processi di ristrutturazione economica e geopolitica prodotti dalla crisi, che vedranno Cina, India e Brasile consolidare il loro primato sulla scena mondiale; a rischio di tenuta democratica come dimostrano l’affermazione di tendenze xenofobe e populiste, che in Italia, per di più, sono saldamente insediate nella compagine di governo e trovano nello stesso presidente del Consiglio, nella sua cultura politica, nel suo stile di vita da satrapo orientale, la maggior espressione; a rischio di declino economico se i suoi governi non riescono a individuare una nuova politica economica che ridisegni ruolo e funzione dell’Europa nella divisione internazionale del lavoro che emergerà dalla crisi.
Per queste ragioni la ricostruzione della sinistra in Europa deve trovare la sua ragion d’essere nella rappresentazione di una forza lavoro che prende coscienza di essere parte di un lavoro ormai globalizzato, di essere una parte i cui nessi con il tutto sono inscindibili. Ma ciò non può che procedere di pari passo con la costruzione di una nuova soggettività politica, capace di tessere alleanze sociali e politiche fondate sul fatto che, per fronteggiare la crisi, l’Europa ha bisogno di un nuovo compromesso tra capitale e lavoro, diverso nei contenuti ma della stessa portata di quello che a partire dal secondo dopoguerra ha portato alla costruzione dello Stato sociale e delle tutele per il mondo del lavoro che abbiamo conosciuto in Europa, che abbia al centro un nuovo modello economico in cui redistribuzione del reddito, compatibilità ambientale, investimenti in sanità e istruzione, e rapporto tra pubblico e privato fondato su una politica dei beni comuni, innovazione di prodotto dell’industria europea a partire dal settore dell’auto e della mobilità collettiva ne diventino i fondamenti.
È in questa prospettiva che il lavoro deve tornare a farsi partito, per diventare il protagonista della fondazione di una nuova democrazia che sappia riconnettere partecipazione e rappresentanza. Questo è, nella situazione attuale, il problema più controverso e arduo. In Italia, dire “partito” per quelli delle generazioni che hanno conosciuto la Prima Repubblica e, in generale, la costruzione dei welfare nell’ambito degli Stati nazionali significa più o meno consapevolmente pensare a una sorta di ritorno al modello dei partiti di massa che dominarono in quella fase storica. Ma, per coloro che hanno solo esperienza degli ultimi venti anni, “partito” e “politica” coincidono con quelle formazioni cesaristico-plebiscitarie che hanno accompagnato l’affermarsi della cosiddetta “democrazia governante” imposta dalla rivoluzione neoconservatrice e neoliberista. Per il lavoro oggi farsi partito significa esattamente collocarsi oltre queste due prospettive. Di quale partito debba trattarsi e quale sistema di partiti debba contribuire a suscitare è difficile dire. Due cose, tuttavia, dovrebbero essere chiare. La prima è che il lavoro può farsi partito se contemporaneamente torna a essere in una prospettiva europea fattore costitutivo di una statualità che lo abbia a fondamento. Per questo aspetto, perciò, il suo farsi parte diventa condizione della riforma dell’intero sistema politico. È questo il senso del carattere centrale che per il nostro Paese assume la battaglia per la Costituzione e la sua completa attuazione. In secondo luogo, la ricostruzione di luoghi della partecipazione non può prescindere da un’azione che ridia autonomia e restituisca dignità ai luoghi della rappresentanza, mortificati e asserviti nei lunghi anni del neoliberismo dominante.
Ci aspettano un lungo cammino e compiti che impegneranno probabilmente una generazione. Quindi, proprio per questo, mai come oggi è importante che ciò che resta dell’eredità della sinistra del secolo scorso si appresti a passare un testimone che sia fatto insieme di apertura al nuovo ma anche di valori e conquiste che non possono essere smarriti.

Alternative per il socialismo, 18, ottobre-novembre 2011


Perché il lavoro deve tornare a “farsi partito”

Rossana Rossanda, con l’intervento pubblicato sul Manifesto e sbilanciamoci.it, ha avuto il merito nel corso dell’estate, nel pieno della crisi finanziaria che si stava abbattendo sul debito pubblico del nostro Paese e nella quale siamo ancora immersi, di indicare l’unica prospettiva possibile entro la quale l’Italia possa immaginare una via d’uscita dalla sua condizione presente. Tale via è l’Europa, a partire da un ripensamento critico dei caratteri che hanno disegnato il suo contraddittorio e travagliato percorso. Ne è seguita una discussione ricca e articolata che ha pochi precedenti nella sinistra di altri paesi europei
Non era scontato. Nel corso di questi anni la schiera degli “euroscettici” a sinistra è di molto cresciuta. E gli orientamenti della Commissione europea e della Bce contribuiscono ad alimentarla. Comunque, se si fa eccezione delle posizioni limpide e nette assunte da Alfonso Gianni e da pochi altri, è da qualche tempo che nella sinistra italiana, di tanto in tanto, si affaccia l’idea che liberarsi dell’euro potrebbe forse costituire una via d’uscita dalle attuali difficoltà. Persino la Lettera, promossa ormai più di un anno fa da Emiliano Brancaccio e firmata da oltre duecento economisti - che costituisce il documento più organico con cui da sinistra si è cercato di affrontare le conseguenze dell’attuale crisi mondiale – era attraversata da molti interrogativi sul ruolo della moneta unica. C’è poi chi non nasconde una sorta di nostalgia per quando si poteva ricorrere alla svalutazione della moneta nazionale per dare fiato alle esportazioni e per questa via all’intera economia del Paese.
Su quello che poi ha significato per l’Italia il ricorso alla svalutazione competitiva vi sono anche clamorose rimozioni. Nell’intervista rilasciata a Rossana Rossanda, e apparsa sul Manifesto a fine agosto, Giuliano Amato, nel ricostruire la sua azione di governo nel ’92, non vi fa alcun cenno. Eppure più che la manovra economica, seconda solo a quella attuale, di quell’azione di governo ai fini della ripresa economica degli anni ’90 contarono sia il congelamento dei redditi da lavoro dipendente con la cancellazione della scala mobile, che allineò l’Italia alle politiche neoliberiste di compressione dei salari, che appunto la svalutazione della lira che ridiede fiato alle esportazioni. Ma è noto che quella scelta ha inciso negativamente sull’evoluzione dell’economia italiana. Con la svalutazione, accompagnata dallo smantellamento dell’industria di Stato, la spina dorsale del nostro sistema produttivo diventò quella piccola e media industria manifatturiera a basso contenuto di innovazione, che tuttavia nel momento in cui si è avviata la grande ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro in cui ora siamo immersi si è rivelata particolarmente vulnerabile e fragile.

I cittadini e la politica
La crisi dell’euro dunque sarebbe, sotto tutti gli aspetti, un pericoloso salto all’indietro pieno di pericolosissime incognite. Per questa ragione affrontare il tema del debito è affare anche della sinistra. Ma, al di là dell’emergenza, è evidente come non ci sia alternativa a un’accelerazione del processo di costruzione dell’Europa, passando dall’unità fondata sulla moneta e sull’economia a una – come dicono del resto la gran maggioranza degli interventi pubblicati nel Forum aperto dall’articolo di Rossanda – basata sul rafforzamento delle sue istituzioni democratiche e su una cessione di sovranità da parte degli Stati su gestione del debito, fisco e politiche industriali. Insomma dando finalmente inizio alla costruzione di quell’Europa politica che non ha mai visto effettivamente l’avvio.
Che questo passaggio sia per tanti aspetti obbligato, come sembrano ormai comprendere tanti che pure sono stati (da Romano Prodi a Giuliano Amato) tra i protagonisti di un’Unione fondata esclusivamente sulla moneta e sull’economia, ce lo dicono le trasformazioni geopolitiche in atto. Può qualcuno, infatti, ragionevolmente pensare che di fronte alla riorganizzazione della competitività su scala internazionale, che vede da un lato i paesi emergenti, dalla Cina all’India al Brasile, occupare sempre più ampi spazi sullo scenario dell’economia mondiale e dall’altro gli Stati Uniti alle prese con la fine della loro funzione imperiale, l’Europa possa ridefinire il suo posto nel mondo attraverso l’azione di Stati nazionali che procedono in ordine sparso? Sarebbe una pura illusione, come lo è l’idea che la Germania possa farcela da sola a reggere il passo della competizione globale.
Eppure le classi dirigenti del Vecchio Continente stentano a imboccare con la necessaria risolutezza la strada dell’Europa politica. Le cronache di questa estate, segnate dall’attacco della speculazione finanziaria internazionale al debito di importanti Paesi europei, a cominciare dall’Italia, e la reazione del tutto inadeguata dei governi dei Paesi dell’Unione dimostrano lo scarto enorme tra quello che si dovrebbe fare e ciò che si è in grado di fare.
Nemmeno la scelta di ristrutturare i cosiddetti debiti sovrani attraverso la creazione di Eurobond sembra praticabile. E si sono preferite ad essa azioni di salvataggio a fondo perduto tramite l’acquisto da parte della Bce di titoli di Stato dei Paesi più a rischio nei momenti di maggiore esposizione all’andamento dei mercati finanziari.
Non è solo cecità politica. La scelta di operare un salto di qualità nel processo di integrazione europea mette a dura prova interessi consolidati. Le borghesie europee sono state troppo a lungo beneficiarie di un sistema, che dietro il primato della moneta ha distribuito in modo ineguale le plusvalenze di un mercato finanziario in ascesa. Di fronte alla fine delle “vacche grasse”, esse pensano che possono ancora una volta riversare il costo della crisi sul lavoro e la gran maggioranza dei cittadini, non percependo che la misura è colma. E che, se gli “indignati” che riempiono le piazze d’Europa sono solo un’avanguardia dell’opinione pubblica del Vecchio Continente, il distacco dei cittadini dalla politica sta diventando un abisso con rischi enormi per le democrazie europee.
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Democrazia sociale
Ma v’è di più. Per l’Europa cercare di conquistare un posto nella nuova divisione internazionale del lavoro comporta inevitabilmente una radicale trasformazione del suo modello di sviluppo. Se per gli Stati Uniti tale trasformazione può essere una scelta e per i paesi emergenti una prospettiva a lunghissimo termine, per l’Europa si tratta di una strada obbligata. Dunque, se l’Europa non vuole uscire schiacciata nella nuova competizione globale le resta una sola possibilità: mettere a valore i sedimenti della sua civilizzazione. È un’impresa di portata storica. E questo è anche il contributo che l’Europa può dare al mondo per uscire dalla attuale crisi di sistema. Se Cina, India e Brasile possono contribuire al rilancio e alla diffusione su scala mondiale della manifattura tradizionalmente intesa, all’Europa non resta che affrontare la “nuova frontiera” di un nuovo modo di produrre e consumare, in cui istruzione, modelli alternativi di consumo e di mobilità, beni comuni, manutenzione del benessere sociale siano i capisaldi di una nuova economia.
A delineare questi nuovi scenari, nella sinistra italiana, i contributi non mancano, da quelli di Guido Viale e Piero Bevilacqua a quelli dei sostenitori della “decrescita”, alle elaborazioni dell’ambientalismo sui modelli energetici alternativi, a quelle dei teorici dell’”economia locale” e dei beni comuni. E quanto più la crisi avanza tanto più l’elaborazione diventa ricca e dimostra - in Italia, come nel caso del referendum sull’acqua, in Europa con il successo dei Verdi in singole scadenze elettorali - di trovare il consenso della maggioranza dell’opinione pubblica o di settori potenzialmente maggioritari dell’elettorato. Caso mai, oggi, diventa urgente passare dalla discussione su ciò che si dovrebbe fare a come farlo, cioè all’individuazione delle tappe necessarie per giungere alla meta, dei rapporti di forza da modificare, delle alleanze sociali e politiche, insomma del processo di transizione da un sistema a un altro.
In questo quadro bisogna avere la consapevolezza, anche, che vi sono cose che nemmeno un’Europa unita politicamente e autorevole può fare da sola. Ad esempio, nella discussione che è seguita all’articolo di Rossanda, Andrea Fumagalli ha posto giustamente il problema che il nodo di fondo da aggredire è l’ammontare del volume globale degli scambi finanziari che supera di otto o nove volte il Pil mondiale, cioè il valore complessivo dei beni prodotti. Non c’è dubbio che se non si interviene su questo aspetto l’economia mondo non ha prospettive. Il danaro si orienterà a investire direttamente in danaro e l’economia reale vivrà uno stato di permanente recessione almeno nei Paesi a capitalismo maturo, dove si sono esauriti i margini dell’accumulazione primitiva. Nutro seri dubbi che, per cominciare ad affrontare questo problema, bisogna partire dalla dichiarazione di insolvenza dei debiti degli Stati, o più realisticamente dal loro consolidamento a lungo termine, come suggerisce Fumagalli, ma non c’è dubbio che una regolazione dei mercati finanziari si impone a partire da una disciplina e un ridimensionamento dello scambio dei derivati. Non è realistico, tuttavia, pensare a un’azione unilatarale dell’Europa senza un’intesa non solo con gli Usa, ma con la Cina che è il principale detentore del debito americano.
E soprattutto senza una nuova Bretton Woods che restituisca agli Stati la potestà sulle proprie monete, perduta a favore dei mercati da quando, a partire dal 1971, Nixon decretò la fine della parità tra oro e dollaro. Del resto, se si vuole affrontare in modo strutturale e duraturo il problema dei disavanzi pubblici, è necessaria una disciplina nuova dei mercati finanziari. Dopo più di trenta anni di tagli alla spesa sociale imposti dalle teorie neoliberiste dominanti la fonte principale di alimentazione del debito non è più la “crisi fiscale” degli Stati ma la totale uscita da ogni controllo degli interessi che si accumulano e che sono il prodotto della sostanziale anarchia dei mercati finanziari.
Per la sinistra si tratta di aprire, su scala globale, un nuovo capitolo della “democrazia economica”, in cui anche i mercati non sono un mostro da abbattere o da esorcizzare, ma un pezzo di economia da trasformare e ricondurre al controllo sociale. Se si pensa a quanto pesino nella composizione del capitale finanziario globale i fondi pensione dei lavoratori si comprende come non possa essere più rinviato il perseguimento di un’alleanza mai tentata tra risparmio e lavoro.

Il “farsi partito” del lavoro
Una trasformazione di tale portata non è, naturalmente, indolore. Incide profondamente sulla composizione di classe, sul potere e sulla detenzione della ricchezza. Solo la consapevolezza che per l’Europa non esiste alternativa a un mutamento del suo modello di sviluppo, pena – per dirla con il Manifesto di Marx e Engels – “la comune rovina di entrambe le classi in lotta” può aprire una breccia nel muro degli egoismi delle borghesie di Europa.
Insomma per sorreggere cambiamenti di così vasta portata non basta una classe sola, né una parte sola, ma ci vuole un compromesso tra capitale a lavoro, diverso nei contenuti e negli obiettivi, ma della stessa portata di quello che si realizzò all’indomani del secondo conflitto mondiale. Tuttavia, per mettersi lungo questa lunghezza d’onda le borghesie europee, o parte di esse, hanno bisogno di aver di fronte un antagonista, che sia insieme anche un interlocutore con cui confrontarsi, forte e autorevole.
Sono tali oggi le sinistre europee al punto in cui sono giunte? È arduo affermarlo. E così noi ci troviamo nella difficile condizione che tutte le elaborazioni di scenari futuri – di cui sono pieni anche i contributi al Forum aperto da Rossanda – rimangono prigioniere di un circolo vizioso che oscilla tra utopia, rabbia e impotenza. E il movimento reale, che pure c’è ed è forte e ha trovato in questi mesi anche importanti convergenze tra settori diversi, non riesce a superare i confini della protesta. E tutto ciò genera sentimenti di frustrazione che sempre più si scaricano sulle istituzioni rappresentative e sui Parlamenti.
Per uscire da questo stato delle cose, dunque, è giunto il momento che il lavoro faccia la sua parte e si ricostituisca quale soggetto politico forte e interlocutore autorevole per dare una nuova prospettiva all’Europa. Ma questo processo non può partire solo dalla sinistra politica così com’è e nemmeno dalle azioni di supplenza politica che parti del sindacato (si pensi soprattutto alla Fiom in Italia) sono costrette ad assolvere. È lecito supporre, invece, che tale processo debba partire anche dal sociale, e quindi da un terreno che resta innanzitutto squisitamente sindacale, per poi arrivare alla politica e alla ricostruzione dei suoi soggetti.
Solo così è possibile, forse, iniziare a affrontare quel problema storicamente irrisolto in cui ormai da decenni si dibatte il lavoro contemporaneo. Infatti, se nei processi di globalizzazione in corso il lavoro capitalistico ha assunto una dimensione mondiale fino a ora sconosciuta la sua rappresentanza sociale e politica è pressoché circoscritta all’Europa e racchiusa nei confini nazionali dei suoi singoli Paesi. È questione nota ma a cui da decenni non si trova una soluzione. Pesano certamente i tratti economico-corporativi su cui le socialdemocrazie europee hanno costruito il loro insediamento sociale, ma pesa soprattutto il fatto che a livello sindacale non si riesce a concepire un’azione di difesa del lavoro dagli attacchi delle politiche neoliberiste fuori dagli ambiti nazionali. Ogni assunzione di una prospettiva diversa viene guardata con diffidenza e cautela perché potrebbe portare a cedere conquiste acquisite. E queste intanto vengono travolte ogni giorno.
È difficile pensare che senza una contrattazione a livello europeo si possa arginare l’azione di dumping che, nell’ambito della stessa Unione, oggettivamente svolge la forza lavoro dei paesi dell’Est. Non si può contrastare alla lunga un’azione come quella di Marchionne, o di qualsiasi altra grande multinazionale, senza incominciare a pensare a una contrattazione aziendale su scala mondiale che faccia tendenzialmente da cornice ai rapporti negoziali nei singoli paesi in cui il gruppo è insediato. È del resto questa dimensione internazionale che ha assunto il lavoro che mina alla base quel monopolio della rappresentanza da parte di un’organizzazione di iscritti della generalità dei lavoratori, su cui storicamente si sono fondati i sindacati, e rende non più rinviabile una nuova legittimazione fondata sul voto di tutti i lavoratori. Questo mutamento di prospettiva dell’azione sindacale è, d’altro canto, essenziale alla ricostruzione di una sinistra politica degna di questo nome, dove finalmente il lavoro torni a “farsi partito”
Si tratta di un percorso lungo e impervio ma ineludibile se si vogliono porre le basi materiali di una nuova sinistra dotata di un forte radicamento sociale, costruire quella coalizione del lavoro essenziale alla fondazione di una politica all’altezza dei tempi e delle sfide che la crisi ci pone.

Critica marxista, 3-4, 2011


V'è forse bisogno di una convenzione costitutiva di una nuova e unitaria forza della sinistra

1. Non è un’esagerazione affermare che, con il voto delle amministrative e quello referendario, gli elettori hanno salvato l’Italia da una crisi istituzionale e democratica che sembrava alle porte. I risultati delle elezioni ci hanno svelato quanto enormi siano le risorse democratiche di cui dispone il Paese. Oggi, sotto i colpi della crisi economica e finanziaria internazionale, è difficile dire quanto tali risorse dureranno o se prevarranno i sentimenti di rabbia e frustrazione che stanno affiorando nell’opinione pubblica. Ma non bisogna dimenticare che nei giorni successivi ai due appuntamenti elettorali la legittima soddisfazione per i risultati ottenuti ha messo in ombra lo stato di allarme che si era creato, alla vigilia, attorno all’assetto democratico della Repubblica. Berlusconi e la sua maggioranza, alle prese con una crisi irreversibile, erano pronti a scaricare sulla magistratura, sulla presidenza della Repubblica e sui principi fondativi della Costituzione le loro contraddizioni. Abbiamo seriamente pensato che la democrazia italiana fosse a rischio e c’è stato anche chi, come Asor Rosa, è arrivato al punto di ipotizzare un intervento di emergenza per mettere al riparo le nostre istituzioni dall’attacco della destra berlusconiana. Del resto, quanto la destra italiana pervicacemente persegua lo smantellamento dei fondamenti della nostra democrazia lo dimostra il fatto che non ha esitato a inserire nei provvedimenti per fronteggiare la crisi del nostro debito pubblico misure tese a colpire lo Statuto dei lavoratori, la contrattazione e persino il valore di ricorrenze quali il 25 aprile e il 1 maggio.
Il carattere sistemico della crisi in corso ci dice, inoltre, con chiarezza che l’unica via d’uscita, soprattutto per l’Europa, sta in un mutamento del modello di sviluppo, nell’apertura di un nuovo capitolo della civilizzazione umana. L’esito dei referendum sull’acqua ci dice anche che tale consapevolezza sta maturando nella maggioranza degli italiani. La sinistra, dunque, ben oltre gli impegnativi compiti cui non può sottrarsi, legati alla necessità di contribuire a costruire un’alternativa all’attuale guida del Paese e di collocare su un terreno di equità le ineludibili misure tese a intervenire sui conti pubblici e sulla gestione del debito, deve ritornare a pensare in grande al suo ruolo e alla sua funzione in una prospettiva di più lungo periodo.
È ciò che aveva cominciato a fare Cesare Salvi nell’articolo scritto per questa rivista in primavera. Salvi individua nella tradizione del movimento operaio dell’Ottocento e del Novecento, e naturalmente nel suo rinnovamento, le radici identitarie di una possibile sinistra del secolo nuovo di cui è già trascorso il primo decennio. Se ho ben compreso, la tesi di fondo di Salvi è che in quella tradizione si possono rintracciare quei principi di autonoma rappresentanza politica del lavoro e quella finalità del superamento del capitalismo che restano esigenze imprescindibili per ogni progetto che voglia liberare l’umanità dalle catene vecchie e nuove che l’affliggono.
Il ragionamento di Salvi mi sembra in linea con un ripensamento in corso sull’eccessiva enfasi che, a partire dal crollo delle esperienze del socialismo realizzato, è stata posta sulla discontinuità tra il nuovo secolo e il Novecento. Alla periodizzazione di Hobsbawm del Novecento come “secolo breve”, praticamente coincidente con i decenni segnati dalla parabola del comunismo e racchiusi tra Rivoluzione d’Ottobre e caduta del Muro di Berlino, si è sostituita quella di un “lungo Novecento” che continua senza significative soluzioni di continuità fino ai giorni nostri.
Approcci così divaricati e opposti all’eredità della storia che ci lasciamo alle spalle dimostrano indirettamente quanto nocivo sia stato, soprattutto a sinistra, affrontare i rivolgimenti che hanno – comunque li si interpreti – caratterizzato gli ultimi decenni, limitandosi a cancellare il passato e ritenendo sostanzialmente inutile un bilancio storico di una esperienza di un intero secolo segnato dal ruolo del movimento operaio. Ma è indubbio, tuttavia, che tale bilancio vada fatto con spirito critico e misurandosi con i molteplici fattori di discontinuità che sono intervenuti nella storia dell’umanità nel corso di un’esperienza secolare. Per esempio, a un’attenta valutazione dei processi storici che hanno caratterizzato il secolo scorso, appare sempre più evidente che la grande cesura storica che Hobsbawm vede nell’Ottantanove è probabilmente collocabile invece alla metà del Novecento, alla fine dei cosiddetti “Trent’anni gloriosi”, e simbolicamente identificabile con il grande sommovimento rappresentato dal Sessantotto. Dunque, la fine di quel Novecento aperto dall’Ottobre e segnato dall’epoca dei totalitarismi, e poi dalla fase espansiva del comunismo internazionale, dal tramonto del colonialismo e dalla costruzione degli Stati sociali in Europa, va probabilmente collocata esattamente poco dopo la metà di quel secolo. Perciò, se guardiamo il secolo scorso a partire dai cinquant’anni che separano l’Ottobre dal Sessantotto, esso è stato un secolo brevissimo. Se invece ci misuriamo con la grande frattura storica intervenuta nella sua seconda metà con il rapido succedersi di una rivolta di una generazione e della rivoluzione neoconservatrice che ne è stata la reazione, siamo di fronte a un secolo in cui siamo ancora immersi, nel senso che globalizzazione, crisi dell’Occidente e delle sue democrazie, riassoggettamento del lavoro al capitale sono ancora le questioni aperte con cui confrontarsi.
E il fatto che la sinistra, sia quella comunista che quella socialdemocratica, non abbia saputo - allora e non oggi - misurarsi con i cambiamenti in atto (elaborazioni come quelle di Berlinguer e Palme costituiscono un’eccezione, e non vanno oltre la dimensione di isolate intuizioni) ha prodotto il ritardo storico che ci affligge e che rischia di portare al completo esaurimento quella stessa tradizione che Salvi rivendica.

2. Oggi, alla fine di un cinquantennio e di fronte al fatto che la crisi attuale probabilmente chiude un ciclo della globalizzazione neoliberista, è possibile mettere meglio a fuoco le novità di portata storica con cui dobbiamo fare i conti.
La prima di queste novità è costituita dal fatto che nel corso di questi cinquanta anni il lavoro che si esercita nel cuore dei rapporti di produzione capitalistici, cioè il lavoro industriale, ha assunto per la prima volta nella storia della formazione sociale dominante una dimensione effettivamente mondiale. Per la prima volta, con lo sviluppo di Cina India e Brasile, il proletariato industriale è diventato un soggetto sociale su scala mondiale, mentre si stanno tendenzialmente internazionalizzando i lavoratori collocati nei servizi all’impresa e alla finanza. Questa situazione fa sì che, sul piano sindacale, diventa impraticabile per forze racchiuse entro i perimetri nazionali esercitare quel monopolio della rappresentanza del lavoro che è stato sin qui alla base di ogni possibile rapporto negoziale tra capitale e lavoro, della costruzione di relazioni industriali degne di questo nome. In Italia la vicenda Fiat e i diktat di Marchionne ne sono evidente conferma. E l’intesa firmata a giugno anche dalla Cgil con Confindustria, comunque la si giudichi, è il sintomo di tali difficoltà. L’assunzione di una dimensione almeno continentale dell’esercizio della rappresentanza sindacale, e per le grandi multinazionali di una dimensione aziendale a livello mondiale, è un obiettivo urgente da cui dipende l’esistenza stessa di un sindacato autonomo e conflittuale. Nella fine del monopolio della rappresentanza, d’altronde, sta la ragione per cui il sindacato deve oggi fondare la sua rappresentatività sul voto di tutti i lavoratori pena il rischio di un’irreversibile delegittimazione.
Questa contraddizione tra dimensione mondiale assunta dal lavoro e una sua rappresentanza chiusa nei confini nazionali è alla base, anche, del tendenziale divorzio tra sinistra politica e mondo del lavoro, che in Italia ha assunto le forme estreme con la nascita del Pd, ma che riguarda tutte le socialdemocrazie europee. L’involuzione in senso neoliberista delle socialdemocrazie europee è, dunque, il segno più che di un cedimento politico e culturale di un problema storico irrisolto.
In secondo luogo, la crisi economica e finanziaria in corso ha messo in luce il carattere fortemente asimmetrico delle tendenze che attraversano il capitalismo mondiale. Se da un lato, infatti, la crisi nasce da una finanziarizzazione ipertrofica dei paesi a capitalismo maturo, nel senso che secondo le tendenze previste da Marx nella sua teoria sulla caduta tendenziale del saggio di profitto diventa sempre più conveniente per il capitale investire nel danaro invece che nella produzione di merci, nei paesi emergenti lo sviluppo della produzione industriale si avvale di una condizione che potremmo definire di accumulazione originaria. La novità sta nel fatto che questi due elementi che in Marx caratterizzano uno sviluppo storico lineare del capitalismo (accumulazione originaria agli albori e caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua fase evoluta e calante) nel mondo globalizzato dei nostri giorni convivono in un intreccio inedito. Per di più, ambedue i fenomeni devono fare i conti con il fatto che lo sviluppo delle forze produttive, della scienza e della tecnica, mette ormai a repentaglio l’ambiente e la stessa specie umana (la tragica parabola del ricorso al nucleare come fonte energetica ne è l’esempio più clamoroso).
Queste asimmetrie del capitalismo globalizzato, che sono qualcosa di più delle contraddizioni che esso ha sempre prodotto, mettono in discussione il suo carattere di sistema unitario, almeno per come è stato tradizionalmente concepito. Ne consegue che il suo superamento, se resta un bisogno universale dell’umanità, perde quel carattere di necessità storicamente fondata e diventa piuttosto una possibilità, risultato di una scelta consapevolmente perseguita piuttosto che esito ineluttabile del corso delle cose. È per questa ragione che primato del principio di libertà e ruolo dell’individuo diventano fondativi di una sinistra che voglia costruire una nuova società nelle condizioni del mondo attuale. Le culture dell’individualismo di massa, su cui si è fondata la rivoluzione neoconservatrice degli ultimi trent’anni, possono essere criticate efficacemente e superate solo affrontando alla radice i cambiamenti strutturali, e perfino antropologici, che le hanno prodotte e costruendo quella relazione tra libertà dell’individuo e bene comune che sia fondamento di un mondo nuovo. Ritorna in campo così, per la sinistra, il ruolo delle classi (intese come sistema di relazioni interindividuali nei rapporti di produzione e di scambio) rispetto a quel protagonismo delle masse che ha caratterizzato l’intera prima metà del Novecento.

3. Nella parte del mondo in cui viviamo, in Europa, la sinistra e il processo della sua ricostruzione deve, dunque, fare i conti con la fine del ruolo storico dell’Occidente e del suo primato e con la crisi degli assetti democratici che ne consegue. Da questo punto di vista l’Italia di Berlusconi costituisce solo l’avamposto di un problema più generale. Rifondare su nuove basi partecipative la democrazia politica e concepire un nuovo modello di sviluppo alternativo attraverso un intervento attivo dell’Europa nella nuova divisione internazionale del lavoro può essere la missione che la sinistra assegna alle lavoratrici e ai lavoratori europei. La sinistra si ricostruisce se essa diventa la forza più europeista del Vecchio Continente, l’erede dei tratti costitutivi della sua civilizzazione, in cui la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, la lotta al precariato, il diritto a un reddito per tutte e per tutti diventano la base di partenza di una più ricca e complessa azione politica entro cui le lavoratrici e i lavoratori europei tornino a ridefinirsi come classe generale e la sinistra come partito. Si tratta di elaborare un’analisi aggiornata della fase dei rapporti di forze, di mettere in campo un progetto storico-politico all’altezza dei tempi, una nuova teoria della transizione capace di coniugare obiettivi immediati e prospettiva, conflitto e politica delle alleanze.
In Italia un siffatto processo deve misurarsi con il punto di grande acutezza assunto dalla crisi democratica nel nostro paese che i colpi di coda del berlusconismo possono addirittura rendere più grave. Ma in Italia vi è anche una grande risorsa costituita dagli orientamenti emersi dal voto, rappresentati dalla sua Costituzione e dalla battaglia per la sua piena attuazione. È in questa battaglia, e dalle scelte che ne derivano sul piano dei programmi e della strategia delle alleanze politiche, che la sinistra può ricostruirsi come forza che è radicata nei problemi del Paese.
È del tutto evidente che né Sel e né la Federazione della Sinistra bastano a questa impresa, e neppure l’unità di azione tra di loro che pure sarebbe auspicabile. Vi sarebbe bisogno di una mobilitazione dal basso che fosse in grado di convergere in un grande appuntamento comune, una sorta di convenzione costitutiva di una nuova e unitaria forza della sinistra, i cui protagonisti dovrebbero essere gli amministratori locali, i delegati di fabbrica e del pubblico impiego, gli operatori dell’”altra economia”, cioè i rappresentanti di base di una forza che sia radicata nel Paese. Se si potesse fare un’analogia, penserei al congresso di Epinay da cui nacque il Partito socialista francese di Mitterand. Allora si trattò solo della costruzione di una forza che fosse in grado di competere elettoralmente per il governo di una Francia trasformata dal gollismo nelle istituzioni e nel senso di sé come nazione. Oggi, in Italia l’impresa sarebbe più ardua. Si tratterebbe di costruire una sinistra capace di affrontare la crisi organica che investe il Paese, ma anche di candidarsi a promuovere insieme a altri soggetti della sinistra europea e mondiale (penso all’America Latina ma ora soprattutto ai rivolgimenti del mondo arabo) il complesso passaggio d’epoca che sta di fronte a noi.

Progetto Lavoro, 8, ottobre 2011

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