Teano 150 anni dopo: un’altra Italia possibile

Progetto Lavoro, 2, gennaio 2011

Dal 23 al 26 ottobre a Teano, in vista delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, si è svolta un’iniziativa, ricca di dibattiti e di confronti, ambiziosa. L’idea, di Tonino Perna ma raccolta immediatamente da Mimmo Rizzuti, Piero Bevilacqua, Bruno Amoroso, Paolo Cacciari, Luigi Ciotti, Chiara Sasso, Sandra Bonsanti, Paul Ginsborg e tanti altri, era quella che, nel luogo in cui l’unità del paese era stata suggellata da un’intesa ai vertici tra Garibaldi e il re sabaudo, essa venisse riformulata dal basso, dai protagonisti di un’altra possibile Italia, fatta di amministratori locali, di esperienze solidali nell’economia e negli scambi, di un ripensamento sul piano della ricerca storica e giuridica delle ragioni dell’unità nazionale.
Dalle giornate di Teano è scaturito un documento in dieci punti che traccia il profilo di un’altra Italia e che ha l’ambizione, di fronte alla crisi che investe la prospettiva stessa dell’unità nazionale, di rilegittimare su un terreno radicalmente nuovo le ragioni dello stare insieme da parte degli italiani.
È del tutto evidente che la crisi che sta attraversando il paese non è riducibile alla crisi del berlusconismo, né a quella più generale del sistema politico, né dipende solo dal fatto che la destra, dopo un quindicennio, ha conquistato – culturalmente prima che politicamente – la maggioranza degli italiani. Inoltre tutto ci dice che ci troviamo di fronte a un processo ormai avanzato di dissoluzione della nazione italiana, che viene da lontano, ma che ha subito nella crisi dell’economia globale un’accelerazione senza precedenti.
D’altronde tra gli esiti della crisi in corso vi è una ridislocazione su scala mondiale dei fattori dello sviluppo. La vittoria di Obama negli USA, oltre che il frutto delle grandi potenzialità democratiche, spesso sottovalutate, presenti nel più potente paese al mondo, è anche il segno che esso ha deciso di reagire alla sindrome di assedio vissuta con l’amministrazione Bush e al rabbioso declino cui li condannava la destra politica. Tuttavia quanto sia irta di difficoltà per gli USA la nuova strada intrapresa lo dimostrano le sconfitte che Obama ha subito a metà del suo mandato. Parimenti al termine della più o meno lunga stagnazione che attende l’Occidente accadrà che a collocarsi ai primi posti saranno le economie asiatiche, principalmente di Cina e India. Oltre a ciò l’Europa rischia di fare la parte del vaso di coccio tra vecchi e nuovi vasi di ferro. Non c’è da stupirsi se di fronte a questa prospettiva in Europa si stiano progressivamente affermando protezionismo, localismo e razzismo. E’ una sindrome difensiva verso i processi indotti dalla globalizzazione, vana nei suoi effetti, ma che esercita un fascino potente in assenza di alternative credibili.
Il fenomeno di “crisi della nazione” riguarda tutta l’Europa, ma diventa più acuto in quei paesi in cui la compagine nazionale risulta particolarmente fragile per ragioni recenti e remote. Che l’Italia sia tra questi paesi non v’è dubbio. Troppo recente è l’unità del paese. Soprattutto ancora minore il periodo nel quale, come ha sottolineato Franco De Felice nei suoi studi sull’Italia repubblicana, essa si è effettivamente costituita come nazione. Si tratta infatti del quarantennio che va dal varo della Costituzione alla fine del sistema politico fondato sui partiti di massa. E avrà pure un significato il paradosso che le forze politiche che più di altre hanno interpretato l’esigenza di costruire una forte identità di nazione siano state il Partito Comunista Italiano, una forza che nasce internazionalista e resta parte di un movimento mondiale sostanzialmente fino alla sua fine, e la Democrazia Cristiana, che trae le sue origini da quel movimento cattolico che fino ai primi decenni del Novecento fu contrario all’avvenuta unità del Paese.
Il dubbio che non sia possibile contrastare nel nome di una rinnovata politica di unità nazionale le tendenze centrifughe – sul piano territoriale, della coesione sociale, dei valori condivisi – che stanno devastando l’Italia, è legittimo. Non sono possibili, infatti, politiche puramente nazionali di risposta agli effetti della crisi: queste politiche – siano esse di industriali, monetarie, energetiche o ambientali – possono essere solo europee: a patto che si apra un periodo di vera e propria rifondazione dell’Europa.
Al secessionismo strisciante della Lega Nord che getta un’ombra sinistra sulle iniziative in corso relative al cosiddetto federalismo fiscale, a un nascente “sudismo” nel Mezzogiorno che rispolvera vecchi miti reazionari, è stata dunque opposta a Teano l’ipotesi di una terza tappa (dopo il Risorgimento e la Resistenza) della costruzione della nazione italiana. Essa tuttavia sarà possibile se al centro di un nuovo patto saranno posti la Costituzione e la battaglia per la sua piena attuazione, un rovesciamento del rapporto tra governati e governanti quale fondamento di uno sviluppo democratico della vita del paese, la centralità del lavoro e i suoi diritti, efaccia da ponte tra la costruzione di un’Europa solidale e un Mediterraneo trasformato in un mare di pace.
Quanta strada faranno le idee e i propositi che sono stati dibattuti a Teano saranno i fatti a dircelo. Quel che è certo è che si è partiti con il piede giusto, nella consapevolezza che dopo 150 anni, se si vuole che il processo di unità nazionale allora iniziato non giunca al capolinea, è necessario aprire un nuovo capitolo della costituzione dell’Italia come nazione all’altezza delle sfide del tempo presente.

Progetto Lavoro, 2, gennaio 2011

   
 
         
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