Il confronto come unica chanche

Il Manifesto, 12 agosto 2010

La crisi del Pdl e la separazione tra Fini e Berlusconi sono solo l’epilogo, certamente cruciale, della crisi di sistema che da anni affligge la democrazia italiana. Ma guai a farsi illusioni. Ciò che è accaduto in queste settimane non ci dice che tale crisi sia avviata a soluzione e che la leadership di Berlusconi sia ormai un residuo del passato.
Anzi tutto lascia presumere che ci aspettano sviluppi ben più drammatici di quelli cui abbiamo assistito.
Ebbene, la discussione che è seguita alla rottura del Pdl sembra non cogliere appieno questo stato delle cose. Le diverse forze, antiche e nuove, che nel Parlamento e fuori di esso si oppongono a Berlusconi sembrano non essere d’accordo su nulla. Fini e i suoi si attardano ad allargare il loro spazio nell’ambito dell’attuale maggioranza; Casini persegue il suo obiettivo di un grande centro senza tuttavia porre un problema di principio rispetto a Berlusconi e al ruolo che egli occupa nella politica italiana; il Pd oscilla tra avances alla Lega, nostalgie per il bipartitismo mancato e convergenze verso il centro; a sinistra sembra che il ricorso immediato alle urne possa essere la panacea di tutti i mali.
La verità è che tutti si muovono nella convinzione che una fase politica sia ormai chiusa e che il problema sia stabilire chi raccoglierà la successione a Berlusconi. Ogni contendente, quindi, appare concentrato a cercare la via più conveniente (elezioni o governo di transizione) per candidarsi a essa. Tutte le discussioni intorno alla costruzione di un terzo polo che si collochi tra destra e centrosinistra, ma anche le incertezze che attraversano il Pd, sembrano essere ispirate da questo convincimento.
È impressionante come non si veda che la partita sia invece ancora aperta. E che di fronte al Paese vi sono due strade: certamente quella di uno sbocco democratico alla crisi in corso, ma anche quella di una soluzione autoritaria stabile, in cui un esecutivo legittimato dal voto, che faccia perno ancora attorno a Berlusconi e alla Lega, schianti i poteri della magistratura, del parlamento, della presidenza della Repubblica.
Berlusconi non ha vie d’uscita e perciò cercherà lo scontro all’ultimo sangue. Solo così potrà seppellire sotto una pietra tombale il verminaio della corruzione in cui è implicata parte significativa della sua classe dirigente e, soprattutto, le inchieste in atto sull’oscura connessione agli inizi degli anni Novanta – tanto incredibile quanto inquietante – tra le stragi della mafia e l’atto di nascita di Forza Italia.
Per questo Berlusconi vuole più di ogni altro le elezioni anticipate. E le vuole il più presto possibile.
È per questa ragione che tutti coloro che dovrebbero essere impegnati a sbarrare il passo a Berlusconi, più che dividersi se andare o meno alle elezioni dovrebbero lavorare immediatamente alla costruzione di quelle convergenze politiche e programmatiche, di quella “coalizione democratica” il cui principale obiettivo sia sbarrare la strada a una soluzione tendenzialmente autoritaria della crisi italiana.
Essenziale a questo scopo è avviare intanto un confronto costruttivo tra tutte le forze che, in vario modo, nel corso del ventennio hanno concorso alla formazione del centrosinistra, non per ripercorrere esperienze ormai esaurite, ma perché l’allargamento di una coalizione democratica a tutte le opposizioni avvenga di comune concerto, per rivolgersi insieme a tutti coloro che, anche nello schieramento opposto, intendono battersi in nome della Costituzione, della legalità, di una politica economica che non cancelli del tutto ogni criterio di giustizia sociale.
Non tutti possono essere interlocutori di un tale progetto. E se nel centro e nella destra è pura illusione pensare che si possa superare il berlusconismo trovando una mediazione con Berlusconi medesimo, nel Pd la tentazione di trovare un’intesa con la Lega, e forse con Tremonti, sul federalismo stabilisce quel confine, che se fosse superato, trasformerebbe la ricerca, necessaria, di un’audace politica delle alleanze in una deteriore involuzione trasformistica.
Perché, tuttavia, un tale progetto possa avere qualche possibilità di successo è indispensabile che soprattutto a sinistra scatti il sentimento di avere una funzione nazionale da assolvere e vi sia un’assunzione di responsabilità. So bene, naturalmente, di quanto debole e divisa sia la sinistra italiana, e come in queste condizioni l’obiettivo sia innanzitutto quello di sopravvivere. Ma anche quest’ultimo sarà difficilmente realizzabile se non ci s’impegna in qualcosa che appaia fatto ai più nell’interesse del Paese.

Il Manifesto, 12 agosto 2010

   
 
         
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