La classe operaia del Sud, una risorsa per la sinistra

Liberazione, 13 luglio 2010

La reazione che i lavoratori Fiat, in questi giorni a Melfi, le scorse settimane a Pomigliano, e nel corso di tutto l’anno a Termini Imerese, stanno avendo di fronte al tentativo di Marchionne di fondare la riorganizzazione del settore dell’auto in Italia su una sorta di “dittatura” dell’impresa, ripropone il tema di quale ruolo possa svolgere in questa delicata fase della vita nazionale la classe operaia del Mezzogiorno.
È una questione permanentemente sottovalutata e misconosciuta da parte delle stesse forze della sinistra meridionale. Una concezione della politica come mera ricerca del consenso a breve (che come i risultati dimostrano a sinistra produce solo catastrofi anche dal punto di vista elettorale) ha fatto passare nei fatti in secondo piano un problema che richiede ben altri tempi e modi per essere affrontato. I lavoratori di fabbrica restano nel Mezzogiorno dal punto di vista quantitativo una minoranza della popolazione, in genere non percepiti come decisivi ai fini dei rapporti di forza sul piano elettorale. E tuttavia le vicende in corso – soprattutto quelle relative al gruppo Fiat, ma anche il fatto che la Taranto dell’Ilva sia ritornata a essere una delle cittadelle della sinistra del Mezzogiorno – dimostrano che nella classe operaia meridionale vi è un potenziale antagonistico, un grado di autonomia, per tanti aspetti ormai sconosciuto ai lavoratori della fitta rete di piccole e medie industrie del nord del paese.
È possibile immaginare che, anche per questa ragione, dalla classe operaia del Mezzogiorno venga un contributo, non esclusivo ma determinante, a quel processo di una duratura ricostruzione della sinistra in quanto primaria rappresentanza del mondo del lavoro? Se ci si riflette la risposta non può che essere affermativa. Nell’Italia meridionale le condizioni di lavoro in fabbrica, forse al pari solo di quelle di alcune realtà del pubblico impiego come la scuola, sono al fondo più difficilmente compatibili con il tipo di sistema familistico-clientelare che caratterizza il complesso delle relazioni sociali, e in particolare quello tra cittadini e politica.
Ciò non vuol dire che la vita quotidiana in fabbrica non sia concretamente determinata dall’impasto tra condizioni materiali legate all’organizzazione della produzione e mentalità, livelli di civilizzazione, formazione del senso comune, prevalenti nelle comunità in cui la fabbrica è collocata. Come non ricordare che in molte realtà in cui la presenza sindacale è stata debole la criminalità organizzata si è, a volte, presentata come l’unico referente, ingannevole, dell’azione di tutela dei lavoratori? Ma, alla lunga, la “razionalità” dell’organizzazione capitalistica del lavoro legata alla fabbrica impone logiche diverse da quelle familistico-clientelari, una differente tipologia dei conflitti, che a un certo punto possono introdurre elementi di rottura nel sistema prevalente delle relazioni sociali e politiche che dominano la realtà del Mezzogiorno.
Può la politica della sinistra far leva su queste potenzialità? Può e deve, a patto che le lotte in corso, a partire da quelle che si stanno verificando negli stabilimenti Fiat del Mezzogiorno, non siano visti solo come momenti di un acuto conflitto sociale, sia pur nel quadro dell’attacco al lavoro che si sta realizzando nell’ambito dell’attuale crisi e ristrutturazione dei processi di globalizzazione, ma come un’occasione per riempire di nuovi contenuti e di nuovi attori la politica democratica, per cambiare la composizione dello stesso “blocco storico” che ha retto il centrosinistra nel Mezzogiorno, giunto con le scorse elezioni regionali al capolinea, per inaugurare un nuovo capitolo di alleanze politiche e sociali.

Liberazione, 13 luglio 2010

   
 
         
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