Ricostruire la sinistra

Critica marxista, 1, 2010

Di fronte al quadro raccapricciante offerto dal sistema di tangenti e corruzione legato all’attività della Protezione civile nell’allestimento del G8 alla Maddalena e, probabilmente, negli interventi successivi al terremoto dell’Aquila, e dalla maxitruffa in cui sarebbero coinvolti Fastweb e Telecom a cui sarebbe connessa un’inquietante operazione di riciclaggio di danaro sporco, l’argomento usato da esponenti del governo e della maggioranza, per cercare di minimizzare quello che è venuto alla luce, è che, trattandosi di vicende che non vedono coinvolti direttamente i partiti, non siamo di fronte a una nuova Tangentopoli. Le responsabilità, isolate o diffuse che siano, sarebbero riconducibili a comportamenti individuali riprovevoli e non a un cattivo funzionamento del sistema come, invece, sarebbe accaduto agli inizi degli anni Novanta. E questo ragionamento sembra trovare qualche credito anche nel centrosinistra. Quando Massimo D’Alema, nel corso di un dibattito con Fini e con Casini, afferma che si tratta di liberarsi dalle “mele marce”, sembra esprimere una valutazione non lontana da quella di numerosi esponenti della destra.
Eppure dovrebbe essere evidente che le cose non stanno in questo modo. Ciò che sta venendo fuori è, di gran lunga, una situazione peggiore di quella da cui scaturì la stagione di Tangentopoli. Se allora, infatti, quello che emerse fu prevalentemente un sistema di finanziamento illecito dei partiti, che come le vicende milanesi di quegli anni dimostrarono lambì addirittura il Pci, ora noi stiamo assistendo a un vero e proprio “assalto alla diligenza” della cosa pubblica da parte di appetiti privati divenuti, all’ombra del centrodestra, nel corso degli anni sempre più esigenti e aggressivi. Gli episodi di malaffare che sono al vaglio della magistratura sono solo la punta di un iceberg di un movimento più profondo e esteso, che investe il rapporto tra società e Stato nel nostro Paese, di un generale processo di appropriazione privata della cosa pubblica e dei beni comuni.
Mi riferisco alle lobbies imprenditoriali che stanno dietro la scelta del ritorno al nucleare, all’azione sistematica di privatizzazione di una risorsa vitale come l’acqua, al massiccio spostamento di risorse pubbliche alla sanità privata, all’attacco in corso alla scuola pubblica, allo smantellamento pluridecennale dell’autonomia della pubblica amministrazione, ridotta a strumento della politica secondo principi di discrezionalità tipici di aziende private piuttosto che di istituzioni pubbliche.
E tutto ciò non ha riguardato solo la sfera degli interessi ma ha modificato nel profondo le mentalità, la cultura diffusa, lo “spirito pubblico” di almeno la metà degli italiani. Se così non fosse non si capirebbe come possa essere solo concepibile che, di fronte al problema dell’esclusione della lista del Pdl dalle elezioni regionali del Lazio, Renata Polverini, candidata della destra alla presidenza del Lazio, si rivolga al Capo dello Stato chiedendogli tranquillamente, quasi fosse cosa naturale, un intervento a violazione della legge. Se così non fosse non si capirebbe come una personalità a tratti grottesca come quella del presidente del Consiglio, che in tutta la sua biografia di imprenditore e di politico incarna il tentativo sistematico di sottrarsi ai lacci della legge, sia in senso letterale che metaforico, eserciti un’influenza carismatica su tanta parte dell’opinione pubblica. Spiegare tutto con le televisioni non basta. E, dopo quasi venti anni, in cui coalizioni di centrodestra e di centrosinistra si sono alternate al governo del Pese, bisogna incominciare a fare un bilancio di questa fase e riconoscere con schiettezza, che, se le classi dirigenti della destra si sono alimentate dei benefici derivanti da questo assalto alla cosa pubblica, il centrosinistra non ha avuto contezza né di quello che stava avvenendo né delle conseguenze che ne sarebbero derivate e, in nome dell’efficienza e della governabilità, ha in linea generale assecondato tale corso delle cose.
Del resto, a riconoscerlo sia pur indirettamente è stato, in un articolo apparso a Ferragosto del 2009, lo stesso Romano Prodi, che indubbiamente delle esperienze di governo del centrosinistra dell’ultimo ventennio è stato in assoluto il principale protagonista.
Ora il problema è cercare di capire come si sia giunti a questo punto. La sensazione è che all’Italia, dopo la vittoria della destra nel 2008, stia precipitando il mondo addosso. Una parte ampia degli italiani sembra in preda, di fronte al fenomeno dell’immigrazione, a xenofobia e razzismo; assiste con rassegnazione alla vera e propria macelleria sociale, complice la crisi economica, che la destra sta facendo dello Stato sociale e delle tutele e dei diritti dei lavoratori; sembra guardare con indifferenza se non con comprensione agli attacchi cui sono sottoposti la magistratura, lo Stato di diritto e la Costituzione repubblicana. E’ una situazione che, sebbene venuta prepotentemente alla luce negli ultimi due anni, non può non avere radici antiche e derivare da processi che hanno investito in profondità il Paese. E’ su di essi che bisogna indagare, se si vuole trovare una via d’uscita, che l’altra metà del Paese, quella che è rimasta legata alla tradizione democratica della Repubblica, stenta a intravvedere.
La verità è che, a mio parere, ci troviamo di fronte a un processo ormai avanzato di “dissoluzione della nazione italiana”, che viene da lontano, ma che ha subito nella crisi dell’economia globale un’accelerazione senza precedenti. Questa “crisi della nazione” riguarda tutta l’Europa, ma diventa più acuta in quei paesi la cui la compagine nazionale è particolarmente fragile per ragioni recenti e remote. Che l’Italia sia tra questi paesi non v’è dubbio. Troppo recente - 150 anni – è la raggiunta unità del Paese. E soprattutto ancora minore il periodo nel quale, come ha scritto Franco De Felice nei suoi studi sull’Italia repubblicana, essa si è effettivamente costituita come nazione. Si tratta, di fatto, di un periodo circoscritto al quarantennio che va dal varo della Costituzione alla fine del sistema politico fondato sui partiti di massa. E significherà pure qualcosa il paradosso che le forze politiche che più di altre abbiano interpretato l’esigenza di costruire una forte identità di nazione siano state il Partito comunista italiano, una forza invece che nasce internazionalista e resta parte di un movimento mondiale sostanzialmente fino alla sua fine, e la Democrazia cristiana, che trae le sue origini da quel movimento cattolico che in Italia fu antirisorgimentale e estraneo fino ai primi decenni del Novecento alla vita politica del Paese.
D’altro canto la fine del regime politico fondato sui partiti di massa avvenuto con Tangentopoli coincide, sul versante economico, con la scelta del governo Amato di fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria, derivante dai bilanci pubblici ormai fuori controllo, attraverso la svalutazione della lira. Questa scelta, forse obbligata, come lo fu quella della Cgil nel ’93 di adire a un accordo sul modello contrattuale che praticamente provocava un parziale congelamento dei redditi da lavoro dipendente, segnò in maniera irreversibile il modo in cui l’Italia entrò nel processo di globalizzazione. La svalutazione della lira produce immediatamente due fenomeni: rafforza la competitività sui mercati internazionali dell’industria manifatturiera del nord fatta da imprese di piccole e medie dimensioni e specializzata in settori manifatturieri a basso contenuto tecnologico oppure di nicchia, come quello della meccanica fine; dà un colpo mortale al Mezzogiorno che, a causa dell’assetto della sua economia, non ha le risorse per approfittare dell’occasione offerta dalla svalutazione competitiva, e che, perciò, assiste a uno sviluppo senza precedenti della sua economia criminale. Si può anzi affermare che la partecipazione delle famiglie criminali del Mezzogiorno al mercato mondiale della droga e il riciclaggio dei capitali sporchi che ne derivano nell’economia legale e nella finanza internazionale costituisce il solo modo in cui l’Italia meridionale partecipa alla globalizzazione. Ciò potrebbe costituire anche una spiegazione del fatto che, in questo contesto, le classi dirigenti del centrosinistra meridionale, ininterrottamente alla guida di comuni e Regioni dagli inizi degli anni Novanta, prive di ogni cognizione della portata che avrebbe dovuto assumere un serio processo riformatore, fossero condannate all’involuzione e al declino da cui sono state investite.
Ora la crisi economica finanziaria internazionale rende sempre più stringenti gli esiti di questo processo. Che alla fine della più o meno lunga stagnazione che attende l’economia mondiale, a collocarsi ai primi posti saranno le economie asiatiche, e principalmente Cina e India, è ormai un dato comunemente acquisito. E’, ugualmente, largamente diffusa la previsione che il capitalismo americano debba trovare un punto di equilibrio e di intesa con queste nuove realtà. E che in fondo questa sia la scelta di Obama, se vuole salvare l’America dal tunnel di una guerra infinita a cui l’avevano destinata Bush e i neoconservatori.
A fare le spese di questa nuova divisione internazionale del lavoro con ogni probabilità sarà l’Europa. Soprattutto perché le classi dirigenti dei suoi paesi più forti – segnatamente Francia e Germania – sembrano pensare che possono farcela da soli a affrontare le conseguenze della crisi globale. Il che probabilmente è una miope illusione, sicuramente è una scelta che sta mandando in frantumi l’Europa.
Cercare di ragionare su questi motivi di fondo che hanno condotto l’Italia alla grave crisi politica, istituzionale e di costume che oggi l’affligge non significa assolvere le classi dirigenti del Paese dalle loro responsabilità. Tutt’altro. Si tratta di mettere a tema che esse sono frutto non solo di meri errori politici di breve e medio periodo, ma comportano una responsabilità di portata storica. Sulle classi dirigenti della destra ricade quella di aver costruito le proprie fortune politiche, ma anche il proprio arricchimento materiale, su questa condizione dell’Italia. E cosa vi può essere di peggio di una classe dirigente che si avvantaggia della rovina del proprio Paese. Su quelle del centrosinistra pesa la responsabilità di non aver capito che suo compito sarebbe stato quello di porre alla base della sua azione di governo e del suo progetto riformatore quei problemi di fondo rimasti troppo a lungo senza risposte.
Oggi mi sembra indubbio che per l’Italia la via di uscita dalla sua crisi si trovi in un rilancio della prospettiva europea, della costruzione di un ruolo di questa parte del mondo nella nuova divisione internazionale del lavoro che uscirà dalla crisi in atto. Valorizzazione del lavoro e sviluppo ecocompatibile non sono solo opzioni ideologiche di movimenti di protesta contro la globalizzazione, ma le condizioni di base di un modello di sviluppo nuovo, l’unico probabilmente in grado di dare un ruolo al Vecchio Continente nella competizione globale.
L’Italia ha bisogno di classi dirigenti che sappiano essere protagoniste in Europa dell’apertura di questa nuova stagione, che abbiano in un certo senso anche le risorse culturali e politiche per promuoverla, visto lo stato in cui si trova il processo di unificazione politica europea. Insomma ci vorrebbe un “New Deal” italiano che guardi all’Europa, e un rinnovato compromesso tra capitale e lavoro che lo possa sorreggere.
Ma il problema dell’oggi è che questo compromesso non è materialmente possibile se uno dei suoi attori, cioè il lavoro, non è in campo. Vale a dire, se non è politicamente organizzato in modo autonomo. Cioè se manca una sinistra politica. Dunque, ricostruire la sinistra, in un certo senso, è un dovere nazionale. A prenderne coscienza, prima dei cittadini italiani, dovrebbero essere coloro che stanno a sinistra.
Fuori da questa prospettiva, capace cioè di guardare agli interessi di fondo del Paese, tutte le discussioni che hanno attraversato e attraversano la sinistra nella sua crisi (come superare le divisioni, la necessità di un nuovo soggetto politico, i rapporti con la propria tradizione) corrono il rischio di essere un vuoto chiacchiericcio.
Eppure le opportunità per invertire la rotta sono grandi. Il sistema politico che si voleva, entro una concezione bipartitica, mettere in equilibrio attraverso la costruzione del Pd da un lato e del Pdl dall’altro si rivela tutt’altro che stabile. Infatti, il Pd, a causa della sua identità interclassista, non è la risposta alle questioni di fondo che bloccano il Paese, e è ancora alla ricerca vana di un ruolo e una funzione. A destra non si è ancora chiuso il confronto, che potrebbe diventare anche un durissimo scontro, tra chi pensa che è ora di travolgere Stato di diritto e dettato costituzionale, e chi pensa che la destra italiana non possa di nuovo, dopo il fascismo, abbandonare il terreno democratico, pena ancora una volta la sua stessa rovina.
La situazione è in movimento, e gli spazi per la ricostruzione di una sinistra che sia radicata nel mondo del lavoro e riscopra una vocazione popolare non sono chiusi.
E’ urgente, quindi, che ci si metta all’opera. Anche perché il tempo che ci è concesso non è infinito.

Critica marxista, 1, 2010

   
 
         
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