Uscire dalla crisi attraverso il blocco
temporaneo dei licenziamenti

Il Manifesto, 14 febbraio 2010

È difficile comprendere le ragioni per le quali, in questo momento, la sinistra non riesca mettere al centro della sua iniziativa politica sulla crisi economica l'obiettivo del blocco temporaneo dei licenziamenti. In verità si tratta di una proposta avanzata da molti in più di un'occasione, a partire dalla Fiom e da Rifondazione comunista. Ma nessuno ne ha fatto la questione centrale e immediata da cui far discendere un insieme di iniziative che riguardano il futuro dell'economia italiana e la vita di migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori.
Perché l'obiettivo diventi reale, sarebbe necessario assumere un'iniziativa legislativa in Parlamento e nel paese che vada in questa direzione. E che, naturalmente, non riguardi solo il lavoro a tempo indeterminato, ma comprenda anche la proroga, per un eguale periodo di tempo, di lavori a termine e delle diverse tipologie di lavoro precario. Per la sinistra, quindi, si tratterebbe di cercare interlocutori nell'opposizione parlamentare e di avviare la raccolta delle firme su un disegno di legge d'iniziativa popolare. La Fiom lo ha fatto per quel che riguarda i temi della democrazia sindacale e del voto dei lavoratori sui contratti, ma non ha pensato che, contemporaneamente, lo si potesse fare anche per il blocco temporaneo dei licenziamenti.
Si tratterebbe di una misura immediata che risponderebbe a un'esigenza fortemente sentita di fronte al dilagare della disoccupazione, e che assumerebbe in pari tempo un valore più generale e un grande significato di portata nazionale per tre principali ragioni. Innanzitutto, agevolerebbe la generalizzazione della lotta per la difesa dell'occupazione uscendo dalla logica del caso per caso (ognuno per sé e Dio provvede...). Si porrebbe così fine a quell'interminabile processione al Ministero dello Sviluppo cui assistiamo giorno dopo giorno, e a quelle innumerevoli trattative spesso senza costrutto in cui sono impegnati i lavoratori di migliaia di aziende in procinto di perdere il posto di lavoro, per collocare il tema della difesa dell'occupazione fuori dalla dimensione aziendale e nell'ambito di una scelta di politica economico-sociale di carattere generale.
In secondo luogo, tale obiettivo avrebbe un valore politico evidente, in grado di entrare nel vivo dello scontro in atto tra la destra e lo schieramento democratico nel suo complesso intorno alla difesa e all'attuazione della nostra Costituzione, indicando uno degli sbocchi politici possibili al dettato costituzionale che vuole la nostra Repubblica fondata sul lavoro. Infine, può essere il punto di partenza di una politica che faccia del lavoro e della sua valorizzazione la principale risorsa di una prospettiva di riconversione e di rilancio dell'assetto industriale e produttivo del paese.
All'obiezione di chi potrebbe sostenere che il blocco temporaneo dei licenziamenti sarebbe un elemento di rigidità di fronte alla necessità di avviare una politica di riconversione industriale in vista di un cambiamento del modello di sviluppo, si potrebbe rispondere che, per perseguire un tale obiettivo, non è necessario ricorrere alla mobilità e ai licenziamenti, ma si potrebbe utilizzare la cassa integrazione, a sua volta trasformata in un ammortizzatore sociale a carattere universale.
E' sotto gli occhi di tutti che l'industria nel nostro paese è particolarmente a rischio. Il pericolo che, alla fine di questa lunga e difficile crisi, l'Italia risulti un vero un proprio deserto dal punto di vista industriale è meno remoto di quanto qualcuno possa pensare. Tra gli anni ottanta e novanta il nostro paese ha messo una pietra tombale sull'informatica e la chimica fine; oggi la Fiat si internazionalizza e sembra voler abbandonare la produzione di automobili in Italia al suo destino; il "made in Italy" che si è avvantaggiato della svalutazione della lira all'inizio degli anni novanta oggi è insidiato dalla concorrenza dei paesi emergenti; con la crisi dell'Italtel e di altre aziende dello stesso tipo, viene messo in discussione anche il settore dei servizi avanzati al sistema delle telecomunicazioni.
È necessario che da sinistra si reagisca a questo stato di cose. E, anche se è del tutto evidente che la soluzione a questi problemi sta in una politica economica e industriale a dimensione europea, è importante che ci sia chi, a partire dal lavoro, faccia intendere che non è disposto a subire passivamente l'ulteriore ridimensionamento della base produttiva del paese, che sarebbe destinato così a imboccare la strada di un irreversibile declino.

Scritto con Paolo Ciofi

Il Manifesto, 14 febbraio 2010

   
 
         
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