Unità a sinistra. A Firenze per riprovarci

Il Manifesto, 21 novembre 2009

Il 21 e 22 novembre, a Firenze, un certo numero di associazioni e movimenti della sinistra a dimensione locale si incontreranno per dare vita a una rete che intende pesare nazionalmente sulle scelte di ciò che resta della sinistra politica italiana.
I promotori hanno dichiarato esplicitamente di escludere la formazione di un terzo partito che si affianchi a Sinistra e Libertà e alla Federazione promossa da Rifondazione comunista. Hanno affermato che la loro ambizione non è presentarsi come terzo incomodo nelle prossime scadenze elettorali per l’elezione dei consigli regionali. Anzi alcuni dei promotori, come Paolo Cacciari, hanno addirittura definito questa esperienza come un “non-partito”, organicamente disinteressato all’esercizio della rappresentanza in una democrazia ormai malata. Il che, in verità, rappresenta una risposta un po’ sommaria a snodi molto delicati e complessi della crisi che ha colpito la nostra democrazia.
Bastano, tuttavia, questi propositi perché l’invocazione di un nuovo soggetto politico contenuto nel documento che promuove l’iniziativa di Firenze non costituisca un altro capitolo della frammentazione e della dissipazione che ha caratterizzato la vita della sinistra dopo la sconfitta della Sinistra l’Arcobaleno?
Certamente no. Ma, a mio parere, i promotori dell’incontro di Firenze hanno tutte le risorse per evitare a se stessi e al complesso della sinistra questo rischio.
Innanzitutto l’avversione verso le pratiche leaderistiche degli attuali partiti di sinistra, congiunta al fatto che ci troviamo di fronte a associazioni locali, e quindi a diretto contato con i problemi reali del paese, può preludere a una diversa selezione dei gruppi dirigenti della sinistra, non più attraverso percorsi di fidelizzazione alle leadership attuali ma in ragione di sperimentate capacità di produrre iniziative e pratiche politiche collegate a bisogni e problemi reali.
Questa dimensione locale può, d’altra parte, costituire un punto di osservazione privilegiato per affrontare un nodo di fondo della crisi della sinistra italiana, costituito dal fatto che essa è diventata sempre più estranea a vasti strati popolari del paese. Essa non parla alla classe operaia del nord, agli abitanti delle periferie delle metropoli, ai giovani in cerca di occupazione e al popolo dei precari e delle partite Iva, alle popolazioni meridionali sempre più irretite nell’involuzione clientelare delle coalizioni di centrosinistra alla guida di quelle regioni. Chi se non chi ha fatto del radicamento nella dimensione locale può porsi il problema che una sinistra o è popolare o semplicemente non è? Sapendo, tuttavia, che questo obiettivo richiede un salto di qualità dalle pratiche politiche dal “basso” e di movimento, che spesso caratterizzano l’azione dell’associazionismo di sinistra, alla capacità di dare risposte organizzate ai bisogni quotidiani di migliaia di persone.
Il terzo punto è la riscoperta della dimensione politica. La sinistra ha bisogno di spiegare al paese a che cosa essa possa servire nella lotta alla deriva di destra che ha investito l’Italia, nel quadro di una crisi di sistema politico e costituzionale che ha raggiunto il suo punto più alto.
Ciò significa che bisogna riempire un vuoto, che caratterizza l’agire politico degli attuali partiti della sinistra, che oscillano tra l’arrovellarsi sul tema della propria identità (rinnovata o tradizionale che sia) e i preparativi propri delle vigilie elettorali (liste, candidature, ecc.). Ciò che manca quasi sempre è la politica: e cioè quale visione dell’Italia, quali programmi, quali alleanze, e la necessaria unità della sinistra, non come stanco auspicio, ma come requisito preliminare a poter svolgere qualsiasi funzione che possa essere ritenuta utile da settori significativi della società.
Se il 21 e il 22 novembre a Firenze si comincerà solo a istruire i capitoli di quella che potrebbe essere una rinascita della sinistra italiana si sarà fatta una cosa utile per la democrazia del paese, da parte di persone che hanno il vantaggio di essere, per lo più, disinteressate, cioè non alle prese con l’assillo di cosa dovranno fare di se stesse a breve. E di questi tempi non è cosa da poco.

Il Manifesto, 21 novembre 2009

   
 
         
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