Sinistra, come siamo arrivati a questo punto?

Il Manifesto, 13 settembre 2009

La domanda che, guardando allo sviluppo della vicenda politica italiana degli ultimi mesi, dovrebbe attraversare la sinistra è come mai si sia giunti a questo punto. Dove il “punto” non è solo la condizione di marginalità in cui essa stessa è stata ridotta, ma la crisi morale delle classi dirigenti del Paese, la delegittimazione rispetto a ampi settori dell’opinione pubblica della politica democratica, lo stallo a cui è giunto il nostro modello economico, la marea xenofoba e quella sessista e omofoba che sta debordando dal ventre molle della società.
Sarebbe riduttivo attribuire tutto ciò al solo fatto che la destra, dopo un quindicennio, ha effettivamente conquistato - culturalmente prima che politicamente – la maggioranza degli italiani, che il nostro sistema politico non riesce a trovare una via d’uscita alla sua crisi e una sua stabilità. Così argomentando si scambiano solo gli effetti con le cause.
La verità è che, a mio parere, ci troviamo di fronte a un processo ormai avanzato di “dissoluzione della nazione italiana”, che viene da lontano, ma che ha subito nella crisi dell’economia globale un’accelerazione senza precedenti. E, infatti, tra gli esiti certi della crisi in corso, vi è sicuramente quello di una ridislocazione su scala mondiale dei fattori dello sviluppo. La vittoria di Obama negli Usa, oltre che il frutto delle grandi potenzialità democratiche, spesso sottovalutate, presenti nel più potente paese al mondo, è anche il segno che gli Stati Uniti hanno deciso di reagire alla sindrome di assedio vissuta con l’amministrazione Bush e al rabbioso declino cui li condannava la politica neoconservatrice. Che alla fine della più o meno lunga stagnazione che attende l’economia mondiale (quella che Berlusconi chiama “ripresa”), a collocarsi ai primi posti saranno le economie asiatiche, e principalmente Cina e India, è ormai un dato comunemente acquisito. È l’Europa che rischia in questo processo di fare la parte del vaso di coccio tra i vecchi e nuovi vasi di ferro. Soprattutto perché le classi dirigenti dei suoi paesi più forti – segnatamente Francia e Germania – sembrano pensare che possono farcela da soli ad affrontare le conseguenze della crisi globale. Il che probabilmente è una miope illusione, sicuramente è una scelta che sta mandando in frantumi l’Europa.
Non c’è da stupirsi se di fronte a questa prospettiva in Europa si stiano progressivamente affermando una vocazione al protezionismo, al localismo e al razzismo. È una sindrome difensiva verso i processi indotti dalla globalizzazione, vana nei suoi effetti, ma che esercita un fascino potente in assenza di alternative credibili. Perciò, se si vuole affrontare da sinistra la crisi economica in atto, è necessario tenere in un nesso inscindibile questione sociale e questione nazionale.
Questo fenomeno di “crisi della nazione” riguarda tutta l’Europa, ma diventa più acuto in quei paesi la cui la compagine nazionale risulta particolarmente fragile per ragioni recenti e remote. Che l’Italia sia tra questi paesi non v’è dubbio. Troppo recente - 150 anni - la raggiunta unità del Paese. E soprattutto ancora minore il periodo nel quale, come ha sottolineato Franco De Felice nei suoi studi sull’Italia repubblicana, essa si è effettivamente costituita come nazione. Si tratta, di fatto, di un periodo circoscritto al quarantennio che va dal varo della Costituzione alla fine del sistema politico fondato sui partiti di massa. E avrà pure un suo significato il paradosso che la forza politica che più di ogni altra abbia interpretato l’esigenza di costruire una forte identità di nazione sia stato il Partito comunista italiano, una forza invece che nasce internazionalista e resta parte di un movimento mondiale sostanzialmente fino alla sua fine.
Ora il quesito è: è possibile contrastare nel nome di una rinnovata politica di unità nazionale le tendenze centrifughe – sul piano territoriale, della coesione sociale, dei valori condivisi di un Paese – che stanno devastando l’Italia, e di cui il berlusconismo è la manifestazione insieme più inquietante e più grottesca?
Questo sarebbe possibile se vi fosse la possibilità di politiche nazionali di risposta agli effetti della crisi globale. Ma queste politiche – siano esse di politica industriale, monetarie, energetiche e ambientali - possono essere solo europee, a patto che si apra un periodo di vera e propria rifondazione dell’Europa, a partire da quel processo di legittimazione costituzionale che l’unificazione europea – come giustamente a sottolineato Gianni Ferrara sul Manifesto - non ha mai avuto, sostituendo al principio della sovranità quello dei trattati tra Stati a fondamento del suo processo costituente.
Chi può caricarsi di questo compito se non la sinistra? A ben vedere anzi questo può essere il terreno elettivo della sua ricostruzione dopo la devastazione subita a causa della ventennale ondata neoliberista che l’ha travolta.

Il Manifesto, 13 settembre 2009

   
 
         
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