Il fallimento delle due “macchine” del maggioritario

Liberazione, 9 settembre 2009

Ci risiamo. La crisi dei rapporti nel centrodestra, l’attacco furibondo a Fini degli uomini dell’asse che oggi governa il Paese (quello costruito attorno al trio Berlusconi-Bossi-Tremonti), sembrano giunti a un punto di non ritorno. La replica del presidente della Camera che invita Berlusconi - pronto, come al solito, a negare l’evidenza - “non negare i problemi”, segnala probabilmente il fatto che Fini ha capito che non è più possibile operare un distinguo senza aprire conflitti, che l’attacco di Feltri nei suoi confronti è una vera e propria dichiarazione di una guerra tesa alla sua totale distruzione politica. E che per questo aspetto non c’è più tempo da perdere.
Di fronte a questa situazione bisogna cominciare a pensare che a rischio è lo stesso Pdl. È difficilmente immaginabile che esso possa uscire indenne da un conflitto diretto e senza quartiere tra Berlusconi e Fini, nonostante i “colonnelli” di An siano da tempo ormai a pieno servizio del Cavaliere.
A prima vista sembrerebbe che la partita aperta sia tra una destra europea rappresentata da Fini e da una eversiva, ormai prigioniera della crisi di credibilità del suo leader e dei ricatti della Lega, e quindi disposta a ogni inquietante avventura. E potrebbe, tra le file del Partito democratico ma anche a sinistra, nascere la tentazione di fare in qualche modo da sponda a questo conflitto. Non si toccherebbe il cuore del problema.
È anche probabile che, in una fase come questa, che si colloca entro uno scenario sempre più drammatico per gli effetti della crisi sociale e occupazionale, conseguenza della recessione economica su scala mondiale, la situazione rischi di andare fuori controllo. Tutte le vicende degli ultimi mesi dimostrano che, di fronte alle difficoltà, la tendenza di Berlusconi è a inasprire i conflitti. E ha già dimostrato con la stampa che non è disposto a fermarsi di fronte a nulla pur di salvare la sua persona. Una crisi democratica è possibile. Né bisogna sottovalutare i consensi che egli ancora raccoglie, sebbene ragionevolmente non possano corrispondere ai livelli da plebiscito che registrerebbero i sondaggi da lui ossessivamente sbandierati.
È probabile che, se questa situazione dovesse aggravarsi, solo un patto di tipo costituzionale, di cui l’unico garante potrebbe essere il presidente della Repubblica, potrebbe evitare che il Paese precipiti nel caos e nel marasma.
Ma detto questo, sarebbe opportuno che soprattutto a sinistra ci si cominci a interrogare sulle ragioni di fondo di questa crisi politica che attanaglia il nostro Paese dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica e che non sembra avere una via di uscita. A ben vedere oggi sono – dopo poco più di un anno – in discussione i due principali soggetti politici che, nel centrosinistra e nella destra, si erano presentati come la soluzione alla ormai ventennale crisi del nostro sistema politico. Prima è toccato al Pd, oggi impegnato con le primarie sul segretario in una vera e propria ripartenza del proprio progetto (se si vuole in una rifondazione) di cui tuttavia continuano a rimanere oscuri i contorni. Ora tocca al Pdl, che non sappiamo quanto sarà in grado di resistere alla lotta che lo attraverserà nei giorni e nei mesi a venire.
La verità è che due “macchine” politiche nate in funzione dell’evoluzione bipartitica del nostro sistema politico, fondato sul sistema elettorale maggioritario, stentano a sopravvivere al fallimento di questo obiettivo che si è dimostrato illusorio. La realtà ha dimostrato che il maggioritario ha reso più forte non indebolito l’ipoteca delle forze intermedie. La vocazione trasformistica che attraversa la storia del nostro Paese, sia essa rappresentata dalla politica dei “due forni” dell’Udc di Casini, dal movimentismo populista e regressivo della Lega, o dalle tendenze demagogiche del movimento di Di Pietro, ne è uscita confermata. Sarebbe ora di pensare alla costruzione di solide alleanze politiche tra forze la cui rappresentanza è garantita non dal vincolo di coalizione ma dai voti raccolti su base proporzionale.
Ma perché questo sia possibile sarebbe necessario che la sinistra, ridotta al lumicino da una crisi lunga e complessa, la smettesse di stare ripiegata in se stessa, di occuparsi di sé invece che del Paese, di recitare come una giaculatoria priva di contenuti la necessità di un “nuovo soggetto” o viceversa di attardarsi attorno a discussioni sulle identità del passato. È ormai chiaro che essa potrà ricostruire il suo ruolo se saprà indicare una prospettiva al Paese, alla sua economia in balia delle gigantesche trasformazioni del mercato mondiale, se saprà indicare una funzione e un ruolo dell’Europa quale alternativa alla crisi della nazione che sta al fondo della crisi di sistema politico da cui l’Italia non riesce a uscire.
In ciò vi è anche un’assunzione di responsabilità a cui la sinistra non può continuare a sottrarsi. Può sembrare un paradosso, viste le condizioni in cui essa versa, ma l’Italia ben difficilmente può emergere dalla sua crisi democratica senza il suo contributo, perché solo una svolta a sinistra potrebbe liberale il Paese da quel blocco di interessi, miopi e di breve respiro, che finora ha prevalso, e che ha condotto finora l’Italia – la sua economia, il suo spirito pubblico, il profilo della sue classi dirigenti – verso il declino.

Liberazione, 9 settembre 2009

   
 
         
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