L’alternativa è cambiare rotta

Il Manifesto, 20 giugno 2009

La discussione a sinistra, dopo il risultato delle europee, non poteva incominciare in modo peggiore. Rifondazione e i suoi alleati ora brandiscono il vessillo dell’unità a sinistra ma per sventolarlo non contro la destra ma contro una possibile ricostruzione di un nuovo centrosinistra, senza nemmeno un briciolo di autocritica rispetto al fatto che nel corso di quest’anno quella unità hanno contribuito più volte ad affossarla. Gli esponenti di Sinistra e Libertà per lo più alzano steccati a sinistra in nome del rinnovamento, proclamano orgogliosi la loro autosufficienza, affermano che quel 3,1% è tutta la nuova sinistra e da lì bisogna ripartire, mentre malignamente gli altri più o meno apertamente insinuano che sarebbero ormai pronti, molti di loro, a passare armi e bagagli al Pd.
Se l’Italia e l’Europa non fossero, come i risultati generali delle elezioni europee hanno messo in luce, in una situazione drammatica, in cui la pochezza delle risposte dei governi dell’Unione di fronte alla crisi, e soprattutto l’assenza di una comune politica, lasciano libero sfogo alle paure e alle reazioni xenofobe, ci sarebbe di che sorridere. Sembra di essere alla fine degli anni Venti del secolo scorso, quando socialdemocratici e comunisti impegnati in una lotta fratricida senza quartiere non videro che il fascismo con l’imminente avvento di Hitler al potere in Germania si accingeva e diventare un fenomeno europeo. Solo che, naturalmente, quando la storia si ripete da tragedia si trasforma in farsa.
Ha ragione quindi Fausto Bertinotti quando intende suggerire che se si vuole ricostruire la sinistra in Italia e in Europa bisogna avere uno sguardo più largo che vada oltre la sua attuale configurazione e rivolgere l’attenzione all’intero sistema politico e alle sue dinamiche. Ma egli stesso rischia di alimentare equivoci e contribuire allo smarrimento imperante a sinistra quando oscilla tra l’attesa passiva di un’implosione del nostro sistema politico e la ricerca di un’improbabile confluenza in un unico soggetto di un arco di forze che va da Rifondazione ai radicali passando per Italia dei Valori e il Pd.
Mi chiedo: ma perché non è possibile, per rifondare la sinistra nel nostro Paese, partire dalla società italiana, dalle sue contraddizioni e i suoi problemi, e da una rinnovata centralità del lavoro, invece che da noi e le nostre dispute che risultano sempre più astruse per la maggioranza degli italiani? Perché per rifondare se stessa la sinistra non punta a una riforma dell’agire politico e della rappresentanza per contribuire a rilegittimare la politica democratica che rischia di essere affossata dal discredito che riscuote presso l’opinione pubblica prima che dalle manovre e dalle intenzioni eversive di Silvio Berlusconi?
Insomma, l’Italia ha bisogno di una sinistra che sappia rimettere al centro della propria agenda la costruzione di un’opposizione efficace alla destra e quindi di un’alternativa di governo. Non c’è contraddizione tra autonomia della sinistra e una politica delle alleanze tesa alla costruzione di una nuova coalizione democratica. Chi si sottrae al secondo compito per timore che il primo ne sia compromesso, e chi in nome del secondo obiettivo è disposto a sacrificare il primo, ambedue condannano alla sconfitta sia l’una che l’altra prospettiva.
Ora il 26 giugno a Bologna coloro che avevano promosso l’appello per una lista unitaria alle europee propongono di collocare la ricostruzione della sinistra politica nel quadro di una discussione che anteponga l’analisi dei problemi e delle condizioni reali di economia e democrazia nel nostro Paese a formule politiche astratte. E lo fanno senza frapporre limiti e steccati verso chicchessia. Sono gli stessi che avevano dato vita all’incontro di Firenze del luglio scorso, dove era stata lanciata la manifestazione unitaria della sinistra tenutasi poi nell’ottobre. La proposta di presentare un’unica lista alle elezioni europee lungi dall’essere un anacronistico omaggio a vecchie concezioni dell’unità della sinistra, come sembrano credere soprattutto alcuni esponenti di Sinistra Democratica, era la maniera di porre in termini realistici l’ipotesi avanzata da Gabriele Polo che la sinistra “saltasse un giro”, in modo da non sottoporre al vaglio del raggiungimento della soglia di sbarramento le diverse prospettive strategiche in campo, per affidarle alla verifica di un tempo più lungo.
E’ sinonimo di vecchia politica l’idea che i gruppi dirigenti debbano brandire come verità assolute le proprie convinzioni perché ciò rassicurerebbe il corpo dei militanti e lo ricombatterebbe, quando i tempi che attraversiamo consiglierebbero che esse fossero vissute e fatte vivere con spirito critico e senso del limite.
Non dobbiamo nascondercelo: la formazione delle due liste ha costituito una sconfitta politica per quelli che hanno tentato di evitarla soprattutto perché era facilmente prevedibile che dopo l’elezioni la discussione si sarebbe ulteriormente avvitata su se stessa.
Vi sono le condizioni per invertire la rotta? Le vicende di quest’anno rischiano di indurci al pessimismo. E comunque vedremo che cosa accadrà a Bologna il 26 giugno. Quel che è certo è che questa inversione di rotta costituisce l’unica prospettiva per cui vale la pena lottare.

Il Manifesto, 20 giugno 2009

   
 
         
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