Abruzzo, due terremoti

Critica marxista, 2, 2009

L’Abruzzo è reduce non da uno ma da due terremoti. Quello naturale, rivelatosi devastante e drammatico per lo stato di sicurezza e stabilità di costruzioni anche recenti, e quello politico – cancellato dalla percezione dell’opinione pubblica dalle scosse del sisma - verificatosi nel corso dell’anno che ci lasciamo alle spalle, segnato dall’arresto di Ottaviano Del Turco, poi del sindaco di Pescara, e suggellato da una prova elettorale anticipata alla Regione che ha visto, oltre che la vittoria della destra, una delle più basse percentuali di partecipazione al voto che la storia della Repubblica ricordi.
Le scosse continue e ripetute, che seminano il panico in una popolazione così duramente provata dal disastro della notte tra il 5 e il 6 aprile e dal logorio di nervi prodotto dal lungo sciame sismico che ha interessato l’Aquila prima del colpo più forte, il dolore per le vittime, il dramma dei senza tetto hanno praticamente fatto dimenticare che l’Abruzzo era reduce da una crisi politica e morale tra le più gravi degli ultimi anni. E non c’è da stupirsene. Se il presidente del consiglio, senza alcuna vergogna, può permettersi di affermare che bisogna dare un colpo di spugna sulle responsabilità su cui indaga la magistratura, responsabilità che hanno causato l’inagibilità e il crollo di tante strutture pubbliche – dall’ospedale alla casa dello studente, alla prefettura dell’Aquila – e “guardare al futuro”, è ben comprensibile che mass media e ceto politico si siano affrettati a mettere una pietra sopra lo scandalo politico che solo qualche mese fa ha colpito l’Abruzzo.
Eppure tra i “due terremoti”, quello naturale che ha colpito l’Aquila e quello politico, vi sono nessi strettissimi, più forti di quanto comunemente sia indotta a pensare in queste settimane l’opinione pubblica nazionale. All’origine del cattivo sistema di costruzione e delle irregolarità e dei veri e propri reati che sono venuti alla luce all’Aquila con il terremoto vi sono, infatti, la stessa cultura amministrativa, la medesima concezione del rapporto tra politica e affari, lo stesso modello economico e sociale, lo stesso senso civico, che stanno dietro la crisi politica della Regione Abruzzo e le pratiche di governo che affliggono tante regioni italiane.
Se così non fosse Silvio Berlusconi non si abbandonerebbe alle dichiarazioni che abbiamo citato (spia di ben più gravi propositi) senza alcun timore di essere sommerso dall’unanime indignazione del Paese. Se così non fosse non assisteremmo al fatto che a ogni terremoto che interessa da nord a sud la dorsale appenninica dell’Italia con una cadenza che non arriva ai dieci anni è come se ci trovassimo di fronte a un fatto inatteso, mentre sarebbe ragionevole aspettarsi che un paese con un rischio sismico così elevato come l’Italia considerasse normale l’avvicendarsi degli eventi sismici, che la diffusione di tecniche costruttive efficaci dal punto di vista della prevenzione del rischio fosse ormai cosa acquisita da decenni e non fosse presentata di volta in volta come una conquista da fare. Del resto, che la presenza di uno sciame così intenso come quello registratosi per mesi all’Aquila non abbia dato luogo non dico a una previsione certa, allo stato delle conoscenze scientifiche impossibile, ma a uno stato di allerta di tutta l’opinione pubblica e non solo delle popolazioni interessate, è il sintomo di come la “normalità” del terremoto sia sostanzialmente rimossa dalla coscienza nazionale. Quindi, se non ci fosse una condizione sistemica dell’Italia, della sua economia, della società e dei loro rapporti con la politica a renderla impermeabile a queste elementari considerazioni, ciò che accade nel nostro Paese al verificarsi ricorrente degli inevitabili eventi sismici sarebbe del tutto incomprensibile.
Ciò che è accaduto all’Aquila dimostra poi che nel corso degli anni le cose sono addirittura peggiorate. Se prendessimo a riferimento il terremoto dell’Irpinia e della Basilicata del 1980, che per intensità delle scosse e l’ampiezza dell’area interessata resta l’evento sismico più grave che la storia recente del nostro Paese abbia conosciuto, potremmo constatare che nelle due città allora coinvolte, Avellino e Potenza, non accadde ciò che è successo all’Aquila. Ma è probabile che avverrebbe ora. In presenza di scosse di magnitudo probabilmente superiore, e sicuramente di durata maggiore, nelle due città meridionali allora le strutture in cemento armato ressero all’urto. A differenza di quanto è avvenuto all’Aquila a quasi trenta anni di distanza. E di quanto accadrebbe oggi a Potenza, se è vero che un’ala dell’ospedale regionale costruita dopo l’80 sembra presentare molti problemi di conformità alle norme antisismiche.
Da questo punto di vista, ricostruire le esperienze che il Paese ha vissuto dopo i periodici terremoti che l’hanno devastato è utile per capire come affrontare i problemi di oggi, a partire dalla ricostruzione dell’Aquila e dei paesi colpiti dell’Abruzzo, senza abbandonarsi al facile ottimismo che ostentano il presidente del consiglio e l’intero personale politico della destra al governo.
Non c’è dubbio, ad esempio, che la protezione civile dall’80 ha fatto giganteschi passi in avanti e che Guido Bertolaso ne abbia una parte di merito non secondaria. Allora la protezione civile semplicemente non esisteva. Ma sarebbe anche strano che i limiti di rimozione e sottovalutazione del rischio terremoto, che - come si è visto - coinvolgono l’intera comunità nazionale, non si ripercuotessero sull’operato della protezione civile, che essa possa essere esente da qualsiasi critica, e quando si osa avanzarne qualcuna sarebbe come rendersi responsabili di una sorta di attentato alla nazione. Il vero e proprio linciaggio, a cui sono stati sottoposti Santoro e l’intero gruppo di Annozero, è spiegabile solo con il clima da informazione di regime che si intende imporre all’intero sistema della comunicazione.
Pensare a come bisogna ricostruire in Abruzzo non ignorando la lezione del passato sarebbe necessario. Il terremoto del 1980 e la ricostruzione che ne seguì, ad esempio, costituì – più nel male che nel bene - un vero e proprio spartiacque nella storia del Mezzogiorno continentale. Dopo l’esaurimento, senza che ne rimanesse¬ro tracce di un qualche significato, dello straordinario moto di solidarietà che inve¬stì al momento dei soccorsi l’intera nazione attraverso la mobilitazione di regioni, co¬muni e province dell’Italia settentrionale, di una vasta schiera di volontari e di forze intellettuali, terremoto e ricostruzione sono state per il Mezzogiorno una vera e propria “rivoluzione passiva”. Innanzitutto sancirono la morte del vecchio meri¬dionalismo. Ed è sintomatico che le scelte più discutibili - aree industriali che presto si sarebbero svuotate, infrastrutture farao¬niche - fossero fatte seguendo le indicazio¬ni di massima dell’ultimo contributo che la scuola agraria di Portici, con la Memoria di Manlio Rossi Doria sullo sviluppo del¬le aree terremotate, aveva inteso dare alla “questione meridionale”. E’ vero che con la ricostruzione le aree interne furono strappate dall’isolamento e le classi dirigenti meridionali inserite in quella modernizza¬zione, sia pure senza qualità, che ha caratterizzato la vita dell’Italia degli anni Ottanta. Ma è a ridosso di una tale esperienza che nasce quel rapporto tra poli¬tica, impresa e processi di costruzione del consenso che stanno all’origine della crisi delle classi dirigenti meridionali. Tutto ciò avvenne attraverso un’organizzazione degli interessi materiali che - con la pratica dei commissariamenti e dei poteri sostitutivi, con la privatizzazione del sistema degli appalti attraverso l’introduzione dell’istituto della concessione, con la subordinazione dell’attività di progettazione e della sua autonomia alle società d’ingegneria – a partire da quella esperienza fecero scuola nel Paese, per cui divennero norma generale nell’edilizia e nei lavori pubblici. E’ questo che ha dato vita a quella condizione che ha di fatto messo in secondo piano la prevenzione, che – fondata com’era sul principio di discrezionalità sia dell’impresa che del potere politico – è stato buon terreno di coltura di abusi e irregolarità il cui frutto avvelenato è stato messo in luce, oggi, dai crolli dell’Aquila.
Tutto ciò sul piano istituzionale ha avuto origine da un’offensiva centralistica senza precedenti. Facendo ricorso all’argomento della celerità e dell’efficienza (lo stesso che la destra potrebbe usare oggi nel caso dell’Abruzzo) si sono sottratti alla potestà degli enti locali numerosi compiti creando una condizione di arbitrio senza precedenti.
Quindi, per quanto riguarda l’Abruzzo l’esperienza consiglierebbe di intestare al sistema delle autonomie i principali poteri in materia di ricostruzione, producendo così un’inversione di tendenza rispetto alla gestione delle situazioni post-terremoto così come si sono realizzate dal 1980 fino al caso recente di San Giuliano di Puglia in Molise, ad eccezione dell’Umbria dove la ricostruzione post-terremoto ha visto i comuni protagonisti. Si tratta poi di tenere alta la guardia rispetto al pericolo d’infiltrazioni della criminalità organizzata che, nelle precedenti esperienze, dalla risorse destinate alla ricostruzione di aree colpite dal terremoto ha tratto alimento.
Sarebbe questo un primo passo per un ripensamento generale, perché la ricostruzione torni a essere un’”occasione”, come con qualche ingenua enfasi si diceva in Basilicata e in Irpinia all’indomani del 23 novembre dell’80, per combattere alla radice quelle ragioni di fondo, che riguardano l’assetto dell’economia della società e della politica, per cui a ogni evento sismico il Paese si presenta più sguarnito, politicamente e culturalmente, rispetto al precedente.
Saprà la sinistra porsi in questa prospettiva? Farlo è sicuramente un modo per ritornare a essere percepita come una forza che sia utile per il Paese.

Critica marxista, 2, 2009

   
 
         
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