Dopo il convegno di Brescia dibattito tra Ferrero e Bertinotti
Che cosa ha compromesso il rapporto tra mondo del lavoro e sinistra?

Liberazione, 1 marzo 2009

Perché si è rotto il rapporto tra classe operaia e politica della sinistra? La ragione sta solo nel fatto che, con il finire delle grandi correnti del movimento operaio del Novecento, quella comunista e quella socialista, non è nata una proposta che fosse all’altezza di quelle esperienze? Oppure bisogna anche indagare se all’origine del primato di localismo e xenofobia al nord e di relazioni di tipo clientelare al sud non ci siano anche le trasformazioni che hanno caratterizzato l’organizzazione del lavoro, il nuovo profilo dell’industria manifatturiera, la fine dell’epoca fordista e del ruolo della grande fabbrica?
Sono questi alcuni degli interrogativi che hanno attraversato il convegno di Brescia del 3 ottobre scorso sul Nord operaio e i cui atti sono ora stati pubblicati dal Manifesto libri. Ne discuteranno, domani a Roma, alla libreria Bibli, Mario Tronti e Aldo Tortorella, per conto del Centro di Riforma dello Stato e dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra che del convegno di Brescia sono stati i promotori in collaborazione con la locale Camera del Lavoro e con il Manifesto, con Paolo Ferrero e Fausto Bertinotti, e Francesca Re David che rappresenta insieme la Fiom e il punto di vista delle donne sul lavoro e le sue trasformazioni.
Si tratterà – è auspicabile - anche della ripresa di un dialogo su un tema cruciale per tutta la sinistra (quello del suo rapporto con il mondo del lavoro) tra due esperienze e sensibilità culturali sino a poco fa accomunate dall’esperienza di Rifondazione comunista e oggi collocate lungo gli assi di due diverse prospettive su cui ricostruire nel nostro paese la sinistra politica, disastrata dai risultati delle elezioni politiche del 2008.
La discussione di lunedì non è tuttavia un punto d’arrivo ma l’occasione per rilanciare quel lavoro d’inchiesta deciso a Brescia e già avviato da alcune camere del lavoro del Nord sulla base dello schema elaborato da Vittorio Rieser e pubblicato insieme agli atti del convegno. Si tratta del rilancio di un metodo di lavoro politico, quello dell’”inchiesta operaia”, che viene da lontano: dall’esperienza di Quaderni Rossi negli anni Sessanta sino alle inchieste realizzate tra i lavoratori e le lavoratrici della Fiat di Melfi negli anni Novanta - quella promossa dalla rivista Finesecolo e diretta dallo stesso Rieser e quella coordinata da Anna Maria Riviello sulle condizione femminile nell’allora nuova fabbrica integrata, pubblicata da Calice Editori – che un qualche ruolo hanno avuto nella formazione di quei giovani quadri sindacali protagonisti dell’esaltante lotta della primavera del 2004.
La novità, oggi, è che - a differenza di quelle precedenti esperienze che riguardavano essenzialmente la “condizione operaia” e si fermavano alle soglie del rapporto tra classe operaia e politica - proprio su questa relazione s’intende puntare l’attenzione, continuando il lavoro avviato al nord e estendendolo al Mezzogiorno, sulla base di un progetto a cui stanno lavorando alcuni ricercatori del Crs.
Nel corso della discussione avvenuta a Brescia, soprattutto nelle relazioni di Paolo Ciofi e Dino Greco, si è affermato che il rapporto tra sinistra politica e classe operaia in Italia trova storicamente fondamento nel ruolo che la nostra Costituzione assegna al lavoro in quanto primo pilastro della Repubblica. Insomma in ciò che nella vulgata berlusconiana diventa l’ispirazione “sovietica” della nostra Carta fondamentale. Ciò assume particolare rilevanza in un momento in cui l’azione di governo della destra si caratterizza principalmente per l’attacco condotto all’assetto democratico del Paese. Revisione della Costituzione, manipolazione dei diritti intangibili della persona sanciti dalla Carta sui temi cruciali della vita e della morte, rinascita dello squadrismo e limitazione del diritto di sciopero, sono i passaggi essenziali di un’azione sistematica che spinge verso un’evoluzione autoritaria del quadro politico, dei rapporti sociali e dell’assetto istituzionale.
E del tutto legittima quindi l’ipotesi che la rottura del rapporto tra sinistra e classe operaia vada inquadrata nell’indebolimento dell’assetto costituzionale del nostro sistema politico. Questo, naturalmente, non può significare che la Costituzione si riduca a programma politico di una parte sola, anzi di una sola classe. Ma vuole invece dire che la ricostruzione del mondo del lavoro come soggetto autonomo e politicamente influente nella vita nazionale è un processo complesso, non riducibile alla mera rappresentanza delle sue istanze sociali, che attraversa dimensioni dell’agire politico che investono il senso comune, la cultura e il segno che assumono le istituzioni. Si tratta di un’operazione, dunque, attraverso cui il mondo del lavoro ritorna a essere classe dirigente, e quindi di governo, in un senso autenticamente gramsciano.

Liberazione, 1 marzo 2009

   
 
         
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