Maledetti operai
Un’inchiesta senza precedenti sulle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche

La Rinascita della Sinistra, 23 ottobre 2008

Sono molte le ragioni che fanno dell’indagine condotta dalla Fiom sulle condizioni di lavoro e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori delle imprese metalmeccaniche un evento unico nel panorama delle indagini sociologiche in Italia e in quel particolare approccio militante che è l’”inchiesta operaia”.
Unico, intanto, per le dimensioni. I questionari che sono stati distribuiti sono stati infatti 400mila, quelli compilati e riconsegnati 100mila (per l’esattezza 96.607) in una categoria che conta 2 milioni di addetti. Se si tiene presente che la Fondazione di Dublino – l’istituzione che svolge ogni cinque anni a livello europeo un’indagine sulle condizioni di lavoro in 31 paesi e a cui si sono ispirati i compilatori del questionario Fiom – si muove su una platea di 30mila intervistati, si comprende la portata eccezionale del lavoro fatto dai metalmeccanici della Cgil.
Unico anche per il livello di partecipazione per tanti aspetti inatteso. Sono gli stessi coordinatori dell’inchiesta, Francesco Garibaldo e Emilio Rebecchi, a sottolineare quante perplessità vi fossero sulla fattibilità e rappresentatività di una ricerca che si basava sull’autocompilazione del questionario da parte degli intervistati, con un impiego di tempo non inferiore a un’ora e mezza. I dubbi che i questionari potessero ritornare numerosi e compilati in tutte le loro parti sono stati messi in fuga dai fatti. E non solo da parte di lavoratori sindacalizzati ma anche da quelli non appartenenti a nessun sindacato, che sono ben il 44% degli intervistati E’ un’impresa che solo un’organizzazione radicata e rappresentativa come la Fiom avrebbe potuto realizzare ma che denota anche il fatto che alla classe operaia italiana non manca la voglia di raccontare di sé, di rappresentare se stessa dopo anni nei quali le ideologie dominanti, come ricorda Gianni Rinaldini nella postfazione al Rapporto, hanno circondato con una cortina di silenzio la condizione di chi lavora in fabbrica.
Unico per l’attenzione senza precedenti in lavori di questo tipo alla condizione delle donne. Dei 100mila questionari raccolti quelli compilati da lavoratrici sono oltre 20mila. Insomma ogni cinque lavoratori intervistati uno è donna. Resta uno scarto tra Nord e Sud, da cui arrivano solo il 5% delle risposte delle lavoratrici, non tutto giustificato dalla distribuzione territoriale delle attività produttive. Ma nonostante ciò abbastanza rappresentativa della presenza femminile nelle fabbriche metalmeccaniche che è tuttavia molto varia da settore a settore (scarsa nella siderurgia, industria navale e negli impianti; alta nell’industria elettronica dove il 60% degli intervistati sono operaie). La condizione delle donne, da quella retributiva (in media 200 euro al mese in meno dei loro colleghi) a quella relativa alle condizioni di lavoro, risulta dall’inchiesta generalmente peggiore di quella degli uomini. Sono sostanzialmente tenute ai margini dei ruoli di direzione (solo 1,7% degli operai maschi ha come diretto superiore una donna, e la percentuale varia di non molto anche tra gli impiegati). La percezione soggettiva delle proprie condizioni di lavoro è mediamente peggiore nelle lavoratrici rispetto ai lavoratori; resta rilevante il cumulo tra lavoro in fabbrica e lavoro nella famiglia.
Il quadro generale che emerge dall’organizzazione delle varie voci del questionario – che spaziano dal salario all’orario, all’organizzazione del lavoro e alle condizioni della sicurezza e della salute – è quello di un peggioramento senza precedenti della condizione operaia. Secondo quanto emerge dall’esame dei questionari, fiumi di inchiostro sulla fine del taylorismo e sulla flessibilità creativa, che dalla fine degli anni ottanta hanno inondato le pagine della letteratura sul lavoro, non hanno impedito che la ripetitività delle mansioni e la loro parcellizzazione entro segmenti temporali sempre più ridotti diventasse sempre maggiore. L’unica novità è la crescita di rapporti di lavoro precari sin nel cuore della grande industria.
Quella che appare dall’indagine, dunque, è un’impresa impermeabile all’innovazione che scarica queste sue rigidità sulle condizioni di reddito, di lavoro e di vita dei dipendenti. A tale impermeabilità – e segnatamente da un’impressione di obsolescenza degli impianti e dal deficit di formazione - Luciano Gallino, in testo di commento riportato nel volume di sintesi dei risultati dell’inchiesta, fa risalire il gap di produttività delle imprese italiane rispetto al resto dell’Europa, che gli imprenditori vorrebbero risolvere invece attraverso un aumento dei ritmi e dell’orario di lavoro percepiti come altissimi dalla grande maggioranza degli intervistati.
Da questo quadro, nell’introduzione al testo di sintesi dei risultati, Giorgio Cremaschi ricava la necessità di avviare una critica sistematica all’ideologia del postfordismo. Egli non nega che delle profonde novità siano intervenute nell’organizzazione della produzione industriale, ma nega che il nuovo abbia soppiantato il vecchio, a cui invece si è sovrapposto. “La somma di vecchio e nuovo - scrive Cremaschi - , la loro contaminazione, produce così un modo di lavorare infinitamente più stressante e faticoso che nel passato”. Se questo è vero, ne deriva che “ogni lavoratore ha bisogno contemporaneamente delle vecchie e nuove tutele, se si smantellano le prime le seconde affondano nel nulla”.
E tuttavia per un giudizio meglio argomentato su questo intreccio di vecchio e nuovo nell’industria manifatturiera italiana sarebbe utile un’integrazione d’indagine qualitativa ai risultati emersi da questi 100mila questionari. Gli stessi Garibaldo e Rebecchi scrivono nell’introduzione al Rapporto che questo è solo il primo stadio di un’indagine che avrebbe bisogno di almeno altri tre livelli di ricognizione (quello su singole aziende e le loro connessioni produttive e di mercato; quello sul territorio e il rapporto tra lavoro e tempo libero; quello sulla soggettività da indagare attraverso l’istituzione di gruppi di discussione). Del resto, a questa dimensione qualitativa dell’”inchiesta operaia” si sta orientando in queste settimane un’iniziativa congiunta tra Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e Centro di Riforma dello Stato. Essi, infatti, stanno avviando un’indagine il cui fine ultimo è quello di ricostruire il nesso tra condizione operaia e orientamenti e comportamenti politici sia al Nord che al Sud, attraverso gruppi di ricerca tra loro autonomi ma facenti ambedue riferimento a un impianto di indagine proposto da Vittorio Rieser. Il lavoro al Nord è già iniziato con un convegno a Brescia organizzato da Paolo Ciofi e Dino Greco. E tuttavia tutto ciò sarebbe sicuramente più difficile se non ci fossero le fondamenta solide costituite da questa inchiesta di massa prodotta dalla Fiom.
Da essa sia Cremaschi che Rinaldini ricavano delle indicazioni per il sindacato. Il primo accenna alla necessità di ripensare alla rappresentanza sui luoghi di lavoro e alla democrazia sindacale rendendole più aderenti (come in un certo senso lo erano state con i Consigli di fabbrica e i delegati di reparto) all’organizzazione del lavoro. Il secondo, nella postafazione, accenna alla necessità di una sorta di rifondazione del sindacato confederale in Italia e in Europa se si vuole sfuggire alla crisi che lo attanaglia dopo decenni di offensiva neoliberista.
Come si vede molta carne a cuocere. A questo punto verrebbe da chiedere: e la sinistra politica? E’ proprio il caso di dire: se ci sei batti un colpo.

La Rinascita della Sinistra, 23 ottobre 2008

   
 
         
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