Melfi, il nuovo meridionalismo
Intervista di Michelangelo Cimino

La rapida successione di eventi verificatisi in Basilicata e nel Mezzogiorno, negli ultimi tempi, è un campanello di allarme per le classi dirigenti meridionali. Le proteste di popolo a Scanzano e Rapolla, prima, e le lotte operaie a Melfi, poi, non possono essere sbrigativamente liquidate come una fiammata destinata a spegnersi. Ma sono il segnale di un cambiamento profondo in corso nelle pieghe di una società civile che a differenza di quella politica è stata prevalentemente segnata dalla passività.

"Io credo che si sia realizzato, al di fuori della stessa volontà delle classi dirigenti del centrosinistra lucano, un circolo virtuoso tra conflitto e governo - afferma Piero Di Siena, senatore Ds, eletto nel collegio di Melfi, e pioniere, insieme a Vittorio Rieser, negli studi della realtà operaia in Basilicata -. Ciò è stato possibile perché in Basilicata c'è un governo di centrosinistra. 'Circolo virtuoso' significa che la funzione di governo democratico della regione viene legittimata e alimentata dall'antagonismo, dal conflitto e dalla volontà di emancipazione degli abitanti di questa terra.

In questo vi è il seme di una svolta profonda nei rapporti tra politiche e società civile che dalla Basificata può estendersi a tutto il Mezzogiorno. Il ceto politico lucano, sia quello di provenienza comunista che democristiana, hanno coltivato nella loro formazione culturale il primato della politica rispetto alla società civile. E tuttavia essendo figli di due tradizioni politiche che hanno una matrice democratica non possono non rapportarsi positivamente ai processi di autonomizzazione della società civile. Ma è giunto il momento che all'interno del centrosinistra si avvii un rinnovamento culturale e si realizzi una rilegittimazione della politica in rapporto al risveglio della società civile".

In questo quadro, il duro confronto ingaggiato dagli operai di Melfi con l'azienda torinese, a cosa può preludere?
"Penso che la classe operaia meridionale possa essere una delle forze motrici di un nuovo meridionalismo. La discussione sul Mezzogiorno, nell'ultimo decennio, è oscillata fra due poli. Uno che ha insistito sulle radici, sull'identità e sugli aspetti comunitari ancora vivi nella società meridionale, e l'altro su una modernizzazione frutto di un modello di sviluppo autocentrato. Sono due concezioni opposte, ma che hanno un elemento in comune: ambedue descrivono una condizione di autoreferenzialità della società meridionale. Infatti, il polo che guarda ai fenomeni di modernizzazione in chiave di sviluppo autocentrato assume la rete delle imprese come protagonista principale di una prospettiva di sviluppo e di risanamento del Mezzogiorno. L'altro, facendo riferimento ad un fondo di carattere comunitario-antropologico non ci dice niente su come il rapporto tra Mezzogiorno e processi più generali sviluppi conflitti e cont raddizioni dentro la società la società meridionale. Tutto ciò non dà conto del fatto che tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso la società meridionale è stata segnata da fenomeni di sostanziale passività".

E quindi?
"Quindi, io penso che la ragione di questa condizione di passività della società meridionale abbia un'origine di fondo. Il Mezzogiorno è stato vissuto storicamente come una 'questione' in relazione al processo costitutivo della nazione italiana, prima con la formazione dello stato unitario poi con la nascita della Repubblica. Nel momento in cui si affermano anche in Italia le tendenze impresse dalla globalizzazione neolibista all'economia mondiale, si arriva al declino della stessa idea di nazione. Per cui, la cosiddetta questione meridionale si dissolve".

Diventa, cioè, una questione territoriale: che interessa cioè soltanto alcuni territori del paese, che possono essere situati tanto a Nord che a Sud del paese.
Sì, è questo che produce passività. E allora occorre capire se può tornare in campo una questione meridionale in rapporto agli stessi processi di globalizzazione. Perché io penso che ci può essere una questione meridionale soltanto se rapportata ad un processo generale. Fino ad un certo momento è stato il processo che ha portato alla costituzione della nazione, oggi è quello che porta alla critica della globalizzazione".

Ma in tutto ciò gli operai meridionali quale ruolo rivestono?
Gli operai meridionali possono essere uno dei soggetti di questa critica alla globalizzazione e perciò una delle forze motrici della nuova questione meridionale. Da questo punto di vista, io penso che l'intuizione gramsciana resti valida: non c'è questione meridionale se dal seno stesso del Mezzogiorno non sorgono forze che si fanno portatrici di una soluzione e di una prospettiva. In questo senso la questione meridionale torna a essere un aspetto essenziale della questione democratica nel nostro paese".

Ma nel Mezzogiorno esiste una classe operaia numericamente consistente?
A mio parere è più importante capire quanto conti questa presenza nell'intelaiatura della società meridionale. Innanzitutto, già a metà degli anni Novanta l'unico settore industriale che ha un valore strategico - quello dell'auto - ha la sua rete fondamentale di industrie nel Mezzogiorno. L'auto è presente nel Mezzogiorno con lo stabilimento siciliano di Termini Imerese, lucano di Melfi, campano di Pratola Serra, di Termoli nel Molise e della Sevel in Abruzzo. Ed è un assetto produttivo che da un punto di vista qualitati vo contribuisce a definire uno specifico profilo di questa classe operaia, che a iniziare dalle lotte di Termini Imerese dello scorso anno, ma soprattutto con quelle di Melfi, sta prendendo coscienza della propria identità e della propria forza. Per cui, io capovolgerei l'assunto del ragionamento dei sostenitori dello sviluppo autocentrato. Se è credibile che la rete delle imprese può essere il punto di riferimento fondamentale di un nuovo modello di sviluppo del Mezzogiorno, allora qualcuno mi deve spiegare perché non possono essere i lavoratori di queste imprese ad essere una forza attiva di cambiamento e debbano esserlo solo gli imprenditori".

Una riflessione che potremmo girare a Mario Alcaro, Piero Bevilacqua, Franco Cassano.
"Ma questa impostazione non nega il valore dell'approccio che ha riletto la realtà meridionale in termini identitari. L'individuazione e la costruzione di una forza attiva di cambiamento della società non può derivare solo da una collocazione sociale e dal rapporto con i processi produttivi. Ma è la combinazione di questo ruolo con un processo di civilizzazione, con l'affermazione di culture condivise, con la formazione di un nuovo senso comune. Ora, il problema dell'identità meridionale e delle sue radici nello spirito comunitario del sud o nell'originalità della sua dimensione antropologica è un elemento essenziale al fine della costruzione di questo fondo di culture condivise. Insomma, la lotta di Melfi non sarebbe stata quella che è stata se da parte degli operai non ci fosse stata anche la percezione di una propria condizione di meridionali. Una condizione portatrice di valori di dignità, libertà e rispetto della propria comunità e del proprio territorio".

"Il Quotidiano", 22 giugno 2004

   
 
         
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