Quando le lotte del lavoro vanno davanti ai giudici.

Vorrei che si aprisse una discussione, franca ma pacata, sugli orientamenti di cultura giuridica che traspaiono dall’operato dei giudici del Tribunale di Melfi nelle cause di lavoro oppure attinenti alle relazioni industriali. Quanto questo problema sia rilevante a fronte della presenza della Fiat in quell’area è cosa del tutto evidente.

E’ da tempo che mi sono fatto un’opinione in proposito anche se sono stato sempre incerto se esprimerla. Il timore che ciò potesse costituire o essere interpretato come un’ingerenza indebita nello svolgimento di singole vicende giudiziarie mi ha sempre trattenuto. Ma alla fine ho pensato che forse, senza voler in alcun modo esprimere giudizi sui processi, un confronto sugli orientamenti generali avrebbe giovato a tutti. E avrebbe aiutato a fare chiarezza.

Mi permetto, dunque, di osservare che non sempre ai giudici del Tribunale di Melfi sembra sia ben presente che il diritto del lavoro e la giurisprudenza che ne discende sono per loro stessa natura asimmetrici. Essi, cioè, non si collocano in modo neutro tra datore di lavoro e lavoratore in termini di equidistanza, ma, solitamente, sono animati da un principio prevalente di tutela del lavoratore. Così è stato almeno a partire dagli anni settanta in poi.

Ora, ad esempio, che Tonino Innocenti all’epoca delegato della Fiom debba aspettare anni per avere un giudizio relativo alla giusta causa del suo licenziamento o che il segretario regionale della Fiom, Giuseppe Cillis, e un rappresentante sindacale di fabbrica debbano essere indagati per quella civilissima lotta che c’è stata alla Fiat nella primavera 2004, mi sembra segno di una mentalità che si muove in una direzione del tutto opposta alla concezione del diritto del lavoro a cui ho fatto riferimento.

E’ segno del cambiamento dei tempi? Sintomo del fatto che il lavoro nella società attuale non è vissuto nel modo in cui ne parla la Costituzione? A smentire questa sensazione dovrebbero bastare i risultati del recente referendum costituzionale, che tuttavia non hanno probabilmente prodotto ancora quella svolta nel sentire comune di cui ci sarebbe bisogno.

Questa è, almeno, la sensazione che provo quando mi capita di riflettere sull’operato della magistratura di Melfi quando si occupa del lavoro. E non posso non ricordare la distanza che passa tra la mentalità che traspare oggi e quella che, nello stesso Tribunale, circolava nei primi anni settanta, quando il giudice di allora, Michele Iannarone assolveva me, Nino Calice e altri imputati perché addebiti simili a quelli che oggi sono stati avanzati a Cillis e altri dirigenti della Fiom furono dichiarati come non assimilabili a reati.

Mi si potrà obiettare che quel giudice che dopo fu senatore comunista e sindaco di sinistra del suo comune di origine non fosse proprio imparziale. Ma io credo che ogni magistrato sappia che l’esercizio della sua funzione non è solo applicazione formale della legge, ma anche conformità a una giurisprudenza, un impasto tra diritto e sua interpretazione alla luce dello spirito pubblico prevalente. E che la sua imparzialità si misura sulla capacità di realizzare, attraverso l’intreccio complesso di tutto ciò, effettiva giustizia.

Pur ribadendo l’indiscusso rispetto per l’autonomia dei magistrati del Tribunale di Melfi, è in nome di siffatta concezione della giustizia che mi sono permesso di sollevare questi problemi, senza nessuna intenzione polemica ma nella convinzione che un aperto confronto costituisce il miglior modo di contribuire a tutelare il bene comune.

“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 8 luglio 2006

   
 
         
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