La Fiat di Melfi e il futuro della Basilicata.

L’intesa sui diciassette turni alla Sata di Melfi raggiunta tra la Fiat e i sindacati dei metalmeccanici costituisce un soddisfacente punto di equilibrio tra la lunga marcia intrapresa dai lavoratori di Melfi di lavorare in condizioni almeno pari a quelli delle altre fabbriche del settore auto in Italia e le esigenze dell’azienda di tenere un elevato livello di produttività degli impianti a fronte della necessità derivanti dal lancio della "Grande Punto".

In verità per i volumi comunicati dalla Fiat a governo e sindacati nella riunione del 3 agosto a Palazzo Chigi, nella quale l’azienda di Torino ha annunciato il suo programma a medio termine nel settore dell’auto, secondo la Fiom a Melfi sarebbero bastati anche quindici turni. E ciò costituisce un motivo in più per apprezzare il senso di responsabilità dei lavoratori a fronte di augurabili e impreviste impennate della domanda nella fase iniziale di lancio della "Grande Punto" che potrebbero richiedere un’accelerazione della produzione.

Questa vertenza sindacale, che si è sviluppata anche in un contesto carico di preoccupazione per i problemi occupazionali che investono le aziende dell’indotto, dimostra anche per questa attitudine dei sindacati e dei lavoratori a trovare soluzioni negoziali condivise che la Primavera del 2004 alla Fiat di Melfi non è stata una fiammata. E’ infatti dalla conclusione, vittoriosa per i lavoratori, della lunga lotta del 2004 che un nuovo clima unitario si creato tra i sindacati dei metalmeccanici. Se dopo tanti anni si è arrivati a una piattaforma unitaria per il contratto nazionale non è esagerato affermare che questo si deve anche alla lotta di Melfi.

Naturalmente i rapporti tra i sindacati di categoria non sono diventati rose e fiori. Segnali di rottura del fronte unitario sulla questione dei turni da parte della Uilm e della Fismic sono a un certo punto comparsi all’orizzonte, per poi fortunatamente rientrare.

Ora è necessario che sulla Fiat di Melfi intervenga con maggiore cognizione di causa e incisività la politica. Le nuove relazioni industriali che si sono instaurati alla Sata sono un patrimonio per lo sviluppo della qualità della vita democratica in Basilicata. E la politica deve fare, di fronte alla crisi generale che ha investito l’apparato produttivo lucano, una messa a punto di un autonomo punta di vista sui destini industriali della Fiat. Cìò diventa più urgente perché dalle politiche industriali che riguarderanno il settore dell’auto in Italia dipendono nell’immediato i destini dell’indotto dell’area di San Nicola di Melfi su cui incombono rischi imminenti di un processo generalizzato di delocalizzazione. Esso è anche un dovere di fronte al paese. Melfi è ormai, dal punto di vista produttivo, il "cuore" dell'industria dell'auto italiana. In un certo senso è dal destino di Melfi che dipende quello dell'industria dell'auto in Italia e non viceversa. Ciò significa che è anche compito delle classi dirigenti della Basilicata assolvere a un ruolo di elaborazione e di proposta nel campo della produzione automobilistica.

E’ questo il principale appuntamento che nei prossimi mesi attende la politica in Basilicata. E ad esso non è dato sfuggire. Bisogna quindi evitare la tentazione che qui e la affiora di tanto in tanto di pensare che l'economia e la società lucana possano evitare la crisi sottraendosi alle sfide della competitività, rinchiudendosi in nicchie di attività in un certo senso impermeabili alle sfide della globalizzazione.

Tutto ciò sarebbe esiziale per la regione, per le sue classi dirigenti, per le forze vive della società, per le nuove generazioni che aspettano un salto di qualità. E' il momento che, come si suol dire, la politica lucana "butti il cuore oltre l'ostacolo" e definisca una strategia economica e sociale che la ponga all'avanguardia di quella grande impresa che attende l'Italia che vuole sfuggire al declino. Mi riferisco alle sfide di una riconversione industriale che affronti la competitività internazionale opponendo qualità alla riduzione del costo dei fattori. La classe dirigente lucana deve sapere che la presenza dell'industria dell'auto può essere da questo punto di vista un'opportunità, perché quello che è rimasto forse l'ultimo grande comparto industriale del paese o si misura con i grandi problemi strutturali della mobilità del futuro, oppure morirà. E l'Italia non può permettersi che questo accada. Perciò vedo nel futuro della Basilicata non meno ma più industria. Tocca ora alla politica dare spessore e prospettiva a una scelta che trasformi la singolare congiuntura degli anni Novanta - in cui per una serie di fattori la nostra regione ha visto uno sviluppo manifatturiero inusuale per il Mezzogiorno - in un fattore strutturale duraturo, un dato permanente del suo assetto economico e sociale.

"Decanter", 3-4, 2005

   
 
         
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