Fiat di Melfi: un avamposto per unire lotta sindacale, politica industriale, e ricostruzione di una nuova sinistra

Alternative per il Socialismo, 11, 2009

Nel pieno della crisi globale che ha colpito su scala mondiale, dopo la finanza, per prima l'industria dell'auto, lo stabilimento della Fiat di Melfi sembra essere sostanzialmente al riparo dalla tempesta che si addensa sull'industria italiana. A quindici anni dall'avvio della produzione Melfi resta il più moderno stabilimento Fiat collocato in Italia, e per questa ragione il principale destinatario dei nuovi modelli che, ormai a intervalli di pochi anni l'uno dall'altro, derivano dall'evoluzione della Punto. La ripresa del mercato in seguito agli incentivi pubblici messi in campo per fronteggiare congiunturalmente gli effetti della crisi ha fatto il resto. E sebbene ora si torni a fare la cassa integrazione, alla Fiat di Melfi nel corso dell'ultimo anno i volumi produttivi sono aumentati e il grosso delle vertenze sindacali sul piano aziendale ha riguardato l'incremento degli straordinari e il tentativo da parte dell'azienda di gestirli in modo unilaterale, al di fuori di ogni rapporto con il sindacato. A Melfi la Fiat ha anche cercato di spostare operai in esubero da Pomigliano e Cassino e persino da Sulmona, incontrando tuttavia la resistenza dei sindacati locali che proponevano, invece, su iniziativa della Fiom, un mix al 50 per cento tra operai provenienti dai tre stabilimenti, campano laziale e abruzzese, e gli operai che a causa della chiusura di fabbriche nell'indotto o per la scadenza dei contratti a termine in Fiat avevano perso il posto di lavoro nell'area di Melfi.
Infatti, nonostante la Fiat avrebbe avuto a Melfi, di lì a poco, un incremento della produzione, ciò non le ha impedito di chiudere anche lì tutti i contratti a termine in coincidenza con la sospensione dell'attività tra dicembre del 2008 e gennaio del 2009. La crisi del settore si fa invece sentire in maniera significativa nelle fabbriche dell'indotto(1). Sono alcuni anni che il sistema di fabbrica concepito inizialmente secondo una concezione "stellare" attorno allo stabilimento principale è in affanno. Da anni infatti le sue produzioni non sono esclusivamente destinate alla Fiat di Melfi e quest'ultima non ritira componenti solo dalle fabbriche della sua area industriale. Da tempo quindi è venuto meno quel modello "just in time" che stava alla base delle ragioni per cui lo stabilimento di Melfi era stato concepito in connessione alla costruzione di una robusta rete di fabbriche del settore componentistico, la cui funzione era quella di rifornire le linee di montaggio in tempo reale e consentendo così l'abolizione del magazzino.
Perciò, mentre lo stabilimento della Fiat sembra essere stato messo al riparo, almeno per ora, dagli effetti della crisi, le fabbriche dell'indotto ne sono state violentemente investite. E quindi, mentre in Fiat il sindacato si è concentrato essenzialmente su come disciplinare gli straordinari, nell'indotto a poche centinaia di metri di distanza il problema è esattamente l'opposto e riguarda la salvaguardia del posto di lavoro e come evitare la chiusura degli stabilimenti.
Questa diversità di condizione tra lo stabilimento Fiat e le fabbriche dell'indotto è il segno più evidente e clamoroso che, benché quello di Melfi per il management dell'azienda di Torino resti insieme a Mirafiori il sito in Italia su cui ripone il maggiore affidamento, esso non ha più una prospettiva certa. E, al pari di tutti gli altri stabilimenti in Italia, soffre delle scelte di corto respiro che caratterizzano la strategia industriale della casa torinese in apparente contraddizione, dall'intervento in Crysler al tentativo di acquisizione dell'Opel, con l'audacia delle scelte finanziarie. Anche i programmi industriali che riguardano Melfi, dunque, sono "a breve", relativi a non più di un solo nuovo modello per volta, il cui ciclo di mercato si esaurirà con ogni probabilità nel giro di pochi anni. E tutto diventa più incerto se guardiamo agli interrogativi senza risposta relativi al destino dell'auto, quale principale forma di trasporto individuale, diventati vieppiù stringenti con l'incalzare della crisi in atto.
La verità è che - come afferma il segretario della Fiom di Basilicata, Giuseppe Cillis, nella sua intervista pubblicata nell'ultimo numero di "Decanter", il trimestrale della sinistra lucana che nel corso dell'ultimo quinquennio ha dedicato un'attenzione particolare alle vicende della Fiat di Melfi - "siamo nella situazione che sappiamo che cosa farà la Fiat negli Stati Uniti e in Cina e non sappiamo nulla di cosa accadrà in Italia"(2).

"Fare come in Giappone"?
Questa assenza di prospettive, che riguarda il destino stesso del settore auto in Italia, pesa in modo particolare sull'idea che lo stabilimento di Melfi - operai e management - ha avuto di se stesso. Esso era stato pensato, ormai quasi venti anni fa, con l'obiettivo dichiarato dalla stessa Fiat di operare una svolta consapevole di 180 gradi nel "modo di fare l'automobile" in Italia. E la scelta annunciata dalla Fiat a dicembre del 1990 di aprire un nuovo stabilimento, a Melfi in Basilicata, costituì senza dubbio, allora agli inizi degli anni Novanta, sotto almeno due aspetti una delle più importanti novità nel panorama economico e industriale di allora(3).
Il primo aspetto consiste nel fatto che, come è noto, lo stabilimento di Melfi nasce da quella vera e propria svolta delle strategie di impresa e dell'organizzazione della produzione costituita dal discorso ai quadri fatto da Romiti a Marentino nel 1989. La Fiat prende atto del fallimento dell'impostazione iper-tayloristica, fondata su un alto livello di automazione e robotizzazione della produzione, che aveva caratterizzato le scelte successive alla ristrutturazione del 1980, concretizzatesi nell'esperienza di Cassino e Termoli nel corso degli anni Ottanta.
"Qualità totale" e ritorno alla valorizzazione del lavoro umano sono indicati come i nuovi principi guida. Miglioramento continuo del prodotto anche attraverso la partecipazione dei singoli lavoratori, la domanda che comanda l'offerta fino a realizzare un alto grado di personalizzazione del prodotto finale, collaborazione nel "team" rappresentato dalla Ute che sostituisce la postazione individuale alla catena di montaggio del classico modello fordista, semplificazione delle gerarchie di comando diventano le nuove parole d'ordine che avrebbero consentito di poter fare l'automobile "come in Giappone".
Melfi è lo stabilimento che viene costruito ad hoc per corrispondere a questi obiettivi. Cambiano anche le altre fabbriche Fiat ivi compresa Mirafiori, ma Melfi è il luogo in cui "il nuovo modo di fare l'automobile" non deve soffrire del condizionamento di culture e abitudini sedimentate, in cui non c'è da scontare nessuna transizione dal vecchio modello organizzativo al nuovo. Le commissioni paritetiche tra azienda e sindacato, nelle intenzioni del gruppo dirigente della Fiat, dovrebbero sostituire integralmente le vecchie relazioni industriali. Nel rapporto con la forza lavoro le nuove parole d'ordine sono "collaborazione" al posto di "conflitto", "fidelizzazione" al posto di "estraneità". Coloro che sono destinati a diventare capi Ute frequentano un lungo corso di formazione a Torino nel quale l'obiettivo della Fiat è quello di far assimilare loro non solo il modello organizzativo ma l'ideologia del "nuovo modo" di fare l'automobile.
Il secondo aspetto di tale novità è costituito dal fatto che per la prima volta nella storia del Paese siamo di fronte ad un consistente e significativo (per quantità degli addetti previsti e qualità delle prospettive produttive) processo di industrializzazione del Mezzogiorno "interno". Cesare Annibaldi, allora responsabile delle relazioni esterne della casa torinese, in un'intervista alla rivista "Meridiana" della fine del 1989(4) ci ricorda che l'intervento Fiat nell'Italia meridionale, aveva fino allora privilegiato le direttrici costiere, tirrenica e adriatica, seguendo e assecondando le tendenze spontanee dello sviluppo. Ora l'insediamento di Melfi sarebbe stato invece baricentrico rispetto alle due precedenti direttrici e avrebbe interessato zone del Mezzogiorno interno strategiche ai fini della correzione di uno dei tratti dello sviluppo degli anni Sessanta e Settanta, fondato appunto su una crescita disordinata delle zone costiere e su un progressivo abbandono e degrado delle aree interne. Per di più l'intervento sarebbe ricaduto in un'area industriale costruita con i programmi di sviluppo previsti per le zone colpite dal terremoto del novembre '80. E questo assumeva, tra l'altro, in quelle zone un grande valore simbolico(5).

La "fabbrica integrata" realizzata
E tuttavia le cose non andarono esattamente nel modo in cui erano state annunziate. Che l'esperienza che si avviava a Melfi non corrispondesse esattamente ai proclami dell'azienda sulla "qualità totale" apparve in tutta evidenza nel corso della prima inchiesta svolta nello stabilimento lucano a un anno della sua entrata in funzione(6). Non che le novità non ci fossero. Per la prima volta a Melfi la postazione di montaggio non era a mani alzate ma nelle condizioni ergonomiche più favorevoli via via introdotte poi in tutti gli stabilimenti, la rotazione di mansioni nelle Ute (le Unità tecnologiche elementari che sostituivano la squadra della vecchia fabbrica fordista) era effettivamente praticata, il just in time e l'abolizione del magazzino fino a un certo punto perseguiti. E tuttavia nel corso di un quinquennio dalla "fabbrica integrata" si passa di fatto gradualmente a quella "modulare", organizzata a rete, secondo un modello che la Fiat sperimenta per la prima volta nel suo stabilimento in India. Naturalmente non si tratta di un ritorno indietro al modello fordista, né corrisponde al vero l'affermazione di quanti sostengono che la "fabbrica integrata" sia solo un inganno. Ma il tratto fondamentale della nuova fabbrica diventa gradualmente il processo di "terziarizzazione", cioè il passaggio - a cominciare dai servizi e dalla manutenzione per arrivare a importanti operazioni di assemblaggio del motore e del cambio - a imprese terze di momenti della lavorazione che rimangono dentro lo stesso stabilimento Fiat.
Ma anche questo processo di terziarizzazione, almeno nelle sue forme estreme, non ha vita lunga. Precarizzazione e contratti a termine diventano, poi, la forma principale con cui si affrontano le fasi alte della produzione. La "quantità", comunque, ritorna a prendere il posto della "qualità", la riduzione del costo del lavoro il principio guida dell'intera organizzazione aziendale.

Un regime di fabbrica dispotico
Agli inizi degli anni Novanta la scelta di Melfi da parte della Fiat arriva al termine - quasi a compimento - di un lungo ciclo, iniziato negli anni Settanta e accentuatosi dopo la svolta del 1980, di spostamento al sud del baricentro della sua attività industriale. Le ragioni di tale spostamento vanno cercate nella possibilità di ricorrere allora a finanziamenti pubblici di grande rilievo, ma anche nel fatto di poter disporre di una forza lavoro ben più flessibile e meno sindacalizzata che nel nord del Paese. Gli alti tassi di disoccupazione, l'assenza ovvia di esperienze consolidate di relazioni industriali e sindacali ispirate alle tradizioni della grande industria, l'uso indiscriminato dei contratti di formazione e lavoro e della chiamata nominativa dal collocamento consentivano un comando pressoché esclusivo sul lavoro da parte dell'impresa.
Negli stabilimenti di Termoli e Cassino la Fiat aveva potuto disporre, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, di una classe operaia (proveniente in gran parte direttamente dall'agricoltura(7) ) non antagonista e aconflittuale, non per eccesso di partecipazione alle ragioni e allo "spirito" dell'impresa, secondo il modello della "qualità totale" ispirato alle esperienze del Giappone, che si voleva introdurre a Melfi, ma, al contrario, per un alto grado di estraneità ad essa.
Ora, in ragione di tali tradizioni nelle relazioni industriali imposte dalla Fiat nei suoi più importanti stabilimenti meridionali, anche a Melfi obiettivo della Fiat è poter disporre il modo incondizionato della forza lavoro, sia pure nell'ambito del nuovo modello produttivo. Appena parte la produzione si capisce che per Fiat "prato verde" significa non una situazione in cui non si avverta il peso delle tradizioni gerarchiche e verticalizzate della fabbrica fordista ma soprattutto fare piazza pulita di rapporti governati nel quadro di moderne relazioni sindacali.
Un indizio che l'azienda torinese intende muoversi in questa direzione è l'accordo che a dicembre del 1990 è imposto alle organizzazioni sindacali nazionali e locali sotto la minaccia di un dirottamento degli investimenti all'estero. Tale accordo, incentrato sull'impegno a pesanti deroghe al contratto nazionale di lavoro in materia di turni, livelli retributivi e lavoro notturno delle donne, chiarisce con grande evidenza quali siano le intenzioni dei vertici aziendali.
Per la Fiat dunque, sin dall'inizio, il nuovo modello fondato sulla "qualità totale" non prevede, nei fatti, nessun cambiamento nel rapporto con la forza lavoro dal punto di vista dei sistemi di comando di fabbrica e delle forme di sfruttamento.
Alla lunga questo sarebbe diventato l'aspetto prevalente nei rapporti con la forza lavoro della nuova fabbrica. Ma ben presto, prima solo attraverso episodi singoli, il tentativo da parte dell'azienda di costruire attraverso la formazione preliminare di quelli che sarebbero stati i capi Ute una squadra di fedelissimi alla "rappresentazione" che l'azienda intende dare dei rapporti di lavoro a Melfi conosce le prime incrinature.
Il primo segnale di rottura è quello di Donato Esposto, un giovane capo Ute in formazione, che lascia volontariamente un posto di lavoro per il quale all'epoca i suoi coetanei avrebbero dato tutto, e consegna le sue ragioni a un libro, Un calcio alla Fiat(8), in cui si mischiano motivi di diffidenza di matrice rurale verso i processi di industrializzazione a una lucida denuncia del carattere dispotico che il nuovo sistema di fabbrica tendeva ad assumere. Il secondo è costituito dal licenziamento di Paolo Laguardia, un altro capo Ute, che a differenza del primo aveva preso troppo sul serio l'ideologia della codeterminazione e intendeva, una volta in produzione, applicarla alla lettera, entrando presto in conflitto con il management(9)
Il mancato rinnovo dei contratti di formazione e lavoro costituisce dopo i primi due anni la forma attraverso cui l'azienda opera una prima fortissima selezione. I criteri sono dettati da motivi relativi al rendimento lavorativo ma anche al grado di fedeltà alle ragioni dell'impresa. Molte questioni assumono, inoltre, un aspetto inedito a causa dell'alto tasso di femminilizzazione che la classe operaia di Melfi conosce rispetto agli altri stabilimenti Fiat nel Mezzogiorno(10).
Delegati Fiom particolarmente combattivi, come nel caso di Tonino Innocenti e Donato Marone, sono licenziati con evidenti pretesti con l'ausilio di una giurisprudenza nel Tribunale di Melfi che si rivela molto indulgente nei riguardi della Fiat.
Naturalmente si tratta di episodi di rivolta isolati in un quadro in cui nel primo decennio prevalgono tra la maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici un forte sentimento di adesione alle ragioni dell'azienda e l'accettazione di condizioni di lavoro insostenibili in un altro contesto. La Fiom deve affrontare un lungo difficile tirocinio e spesso la sensazione di isolamento dalla maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici è forte, diversamente da quanto avviene nelle fabbriche dell'indotto dove il sindacato dei metalmeccanici della Cgil diviene quasi dappertutto il primo sindacato. Questa condizione di isolamento comporta, d'altra parte, che i pochi lavoratori più combattivi accentuano atteggiamenti estremi di ribellione piuttosto che comportamenti sindacalmente maturi.
Così trascorrono tutti gli anni Novanta. Ma la possibilità che alla Fiat di Melfi, prima o poi, si sarebbe affermata una forte dialettica sindacale è prevedibile sin dall'inizio. E se la Fiat aveva pensato di trovarsi di fronte alla stessa classe operaia di cui aveva avuto esperienza a Cassino e Termoli negli anni Ottanta (i cosiddetti "metalmezzadri"), ben presto sarebbe stata smentita dai fatti. Il tempo non trascorre invano. E, a differenza che negli anni Settanta e Ottanta, a Melfi come in tutto il Mezzogiorno si è ampiamente consumato per più di una generazione quel rapporto con l'agricoltura che Annibaldi individua, nella sua intervista a "Meridiana" del 1989, come una risorsa per relazioni industriali a basso tasso di conflittualità. I lavoratori che saranno assunti e selezionati per Melfi non sono forza lavoro proveniente dall'agricoltura o semi-agricoltori come tanti lavoratori dell'edilizia, ma giovani diplomati in cerca di prima occupazione, con un tasso di istruzione relativamente elevato.
E ben presto essi avrebbero dimostrato, più di quanto l'avesse l'operaio Fiat meridionale degli anni Settanta e Ottanta, la propensione a recidere rapporti con la realtà economica e sociale precedente al processo di industrializzazione, a essere disponibili a diventare, pur con tutte le differenze che intercorrono tra aspettative e comportamenti degli anni Novanta rispetto agli anni Settanta, a loro modo operai "puri".

La lotta dei Ventuno giorni nel 2004
La "rivolta" dei Ventuno giorni dell'aprile 2004 alla Fiat di Melfi nasce da questo complesso di fattori e, soprattutto, dal fatto che per quel che riguarda la conduzione dispotica nelle relazioni di fabbrica e le differenze nel trattamento retributivo e nell'organizzazione del lavoro, rispetto agli altri stabilimenti Fiat, dopo quasi dieci anni la misura è ormai colma(11).
Bisogna aggiungere che nel corso del 2003, e per quasi tutto il 2004, l'azienda di Torino è in preda a una crisi profondissima di leadership, di fronte a un vero e proprio cambiamento di fase. È da poco morto Gianni Agnelli e l'accordo con General Motors, poi rescisso, ben presto si rivela come l'anticamera dello smantellamento dell'azienda italiana. E proprio nel corso dei Ventuno giorni muore anche Umberto Agnelli e viene ufficializzato l'arrivo di Marchionne alla testa della Fiat.
È presumibile che questa circostanza favorisca la chiusura delle trattative e la stipula di un buon accordo, che se non tocca il Tmc2 che resta il cuore della tempistica e dell'organizzazione del lavoro della Fiat di Melfi, avvicina le retribuzioni degli operai lucani a quelli degli altri stabilimenti Fiat e soprattutto porta al superamento della cosiddetta "doppia battuta", cioè i due turni di notte consecutivi ininterrottamente per quindici giorni.
Del resto in quei giorni della primavera del 2004 è evidente che a cercare la soluzione di forza, più che l'azienda, è il governo di centrodestra. La brutale carica del 26 aprile che tenta di sfondare i picchetti degli scioperanti è ordinata a freddo dal ministero dell'Interno, e l'allora sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi, invoca senza mezzi termini il pugno di ferro contro l'insubordinazione degli operai di Melfi. Nella zona, la reazione popolare è al di là di ogni previsione. Si mobilitano le amministrazioni di centrosinistra della zona, e anche qualcuna di centrodestra come quella di Venosa, il legame tra classe operaia di fabbrica e le comunità locali, fino allora rimasto sotto traccia, si rivela fortissimo. E la mobilitazione è davvero imponente. Cisl e Uil che avevano, con l'appoggio del sindaco di destra di Melfi, cercato di organizzare contromanifestazioni restano isolate e, sebbene riluttanti, sono costrette al tavolo delle trattative.
Insomma, per la prima volta, dopo tanti anni l'Italia assiste a una vittoria di una lotta operaia. E tutto ciò avviene in un contesto del tutto particolare. La lotta di Melfi arriva, infatti, al termine di una stagione di mobilitazioni contro l'attacco del governo Berlusconi, con l'avallo di Cisl e Uil, all'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
La lotta dei lavoratori di Melfi giunge poi a compimento di una straordinaria stagione di mobilitazione della Basilicata, che prima si oppone al deposito di scorie nucleari a Scanzano e poi al passaggio sull'abitato di Rapolla, a pochi chilometri da Melfi, dell'elettrodotto a alta tensione Matera Santa Sofia. Si tratta anche in questo caso di due lotte vittoriose che, insieme a quella della Fiat di Melfi, fanno pensare sia pure per un breve periodo che la Basilicata, come era avvenuto all'indomani della guerra con le lotte per la terra, possa diventare la punta di diamante di un protagonismo autonomo della società civile meridionale, tradizionalmente subordinata al potere politico.

La "vendetta" di Marchionne
Quello che accade alla Fiat di Melfi dopo i Ventuno giorni può essere sinteticamente rappresentato come il tentativo da parte dell'azienda di riprendere il comando della fabbrica. Niente sarà più come prima e i tentativi di ritornare alla situazione precedente su turni e lavoro festivo trovano una forte resistenza operaia. Ma nelle elezioni delle Rsu successive alle lotte il risultato della Fiom risulta essere particolarmente deludente, il che sposta di nuovo a favore degli altri sindacati il ruolo di primazia che i metalmeccanici della Cgil avevano conquistato con la lotta.
Soprattutto l'azienda brandisce un'arma particolarmente pesante nei confronti dei lavoratori più politicizzati e esposti sul piano sindacale. Il pretesto è offerto nel 2007 dall'invio di quattro avvisi di garanzia nell'ambito di un'inchiesta giudiziaria la quale ha per oggetto azioni di propaganda a fini eversivi che si sarebbero verificate all'ombra di alcuni settori del sindacalismo di base. L'accusa insomma, che si verificherà totalmente infondata al compimento delle indagini, è quella di fiancheggiamento del terrorismo. Ma la Fiat procede al licenziamento in tronco degli indagati e di un delegato della Cub, del tutto estraneo alle indagini, e reo solo di aver diffuso un volantino su tutt'altra vicenda. Sono messi sotto i piedi in un colpo solo l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, i diritti propri di un componente della Rsu di fabbrica, la presunzione di innocenza che dovrebbe valere per chiunque sia raggiunto da un avviso di garanzia. Tutto ciò appare ancora più grave di fronte al fatto che questi licenziamenti - se si fa eccezione di Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e Sinistra democratica - sono stati accompagnati dal silenzio delle istituzioni locali e regionali. Non una parola da parte del presidente di centrosinistra della Regione Basilicata o dei dirigenti dell'appena nato Pd.
Si tratta di un silenzio che contrasta con la solidarietà che le istituzioni locali, a tutti i livelli, hanno espresso ai lavoratori della Fiat di Melfi nel corso della lotta del 2004 e che non fu indifferente per il suo successo. L'azienda inoltre torna a estendere la sua longa manus sul dipartimento della Medicina del lavoro dell'Asl, nel cui ambito ricade lo stabilimento della Fiat di Melfi, e sugli uffici dell'Ispettorato provinciale del lavoro in occasione di vertenze individuali tra lavoratori e azienda. Si respira, insomma, aria di restaurazione.

E ora?
Ora è come se la Fiat di Melfi fosse sospesa. I rapporti tra i sindacati, anche a causa delle lacerazioni nazionali, non sono tra i migliori. E se i Ventuno giorni avevano aiutato a firmare, dopo anni di contrattazione separata, un contratto nazionale di lavoro unitario dei metalmeccanici, ora le vicende legate ai patti di concertazione tra governo, imprenditori, sindacati hanno prodotto una nuova rottura dell'unità sul rinnovo del contratto.
A Melfi l'unità sindacale regge nell'indotto, quando si tratta di affrontare le ristrutturazioni aziendali e i licenziamenti, come nel caso della vertenza della Lasme. Ma s'infrange al momento di siglare gli accordi. Si è riprodotto lo stato d'isolamento della classe operaia di fabbrica rispetto alla politica regionale. La crisi della sinistra, dopo le ultime elezioni politiche, ha messo alle corde un interlocutore che è stato importante nel corso degli anni passati, soprattutto per merito di un lavoro di fabbrica indefesso da parte di Rifondazione comunista. Restano nella zona alcuni amministratori comunali di sinistra. Ma il loro operato non può colmare del tutto il vuoto che si è determinato.
Nel Pd è ritornata l'antica diffidenza che nel corso degli anni ha accomunato i dirigenti della maggioranza dei Ds e quelli della Margherita nei confronti di un possibile protagonismo politico della classe operaia di fabbrica che avrebbe messo in discussione il modello di comando di un sistema di tipo clientelare che, come in tutto il Mezzogiorno, ha risucchiato il centrosinistra e le sue esperienze di governo a livello regionale.
Gli esponenti del Pd sono più concentrati a fare la corte o a guardarsi dall'ex presidente della Confindustria regionale, Attilio Martorano, che ha posto sul tappeto la sua candidatura alla presidenza della Regione, senza chiarire al momento per quale schieramento, che a occuparsi degli operai e delle operaie di Melfi.
A questa situazione ha concorso, per certi aspetti, la stessa sinistra che nel corso degli anni Novanta, nella sua parte moderata, ha sempre preferito pensare al sistema delle imprese come al suo principale punto di riferimento, e nella sua parte radicale, puntare di più sulle risorse comunitarie che non su un ruolo della classe operaia meridionale per costruire un nuovo blocco sociale orientato al cambiamento(12).
Da qui bisogna riprendere il filo di un percorso, scontando il fatto che tante risorse sono state dissipate in questa crisi della sinistra che stiamo attraversando. Affrontare il tema di come intrecciare la lotta sindacale della classe operaia meridionale alle prese con la crisi (non solo quella di Melfi, ma quella degli altri stabilimenti del settore auto nel Mezzogiorno, quella dell'Ilva di Taranto e delle imprese a alta composizione tecnologica della Campania in campo informatico, quella del sommerso e del lavoro nero) con la prospettazione di un programma di politica industriale a vocazione meridionalista, per l'auto e altri settori strategici, è tutt'uno con l'impegno di costruzione di una nuova sinistra meridionale.
È un'impresa immane. Ma si può dire classicamente: se non ora quando?


1 Sulle vicende sindacali dell'area industriale di Melfi dell'ultimo anno vedi D.Bubbico, Fiat di Melfi. Punto e a capo. Intervista a Giuseppe Cillis, Fiom di Basilicata, in "Decanter. Laboratorio della sinistra lucana", 2, 2009.
2 Ivi, p.6.
3 Sulla Fiat a Melfi nella prima metà degli anni Novanta si è sviluppata una ricchissima letteratura. Vedi tra gli altri: Svimez, L'industrializzazione del Mezzogiorno. La Fiat a Melfi, Il Mulino, Bologna 1993; Aa. Vv. Melfi, "Meridiana", 2, 1994; D. Cersosimo, Viaggio a Melfi. La Fiat oltre il fordismo, Donzelli Editore, Roma 1994.
4 "Meridiana", 6, 1989.
5 Erano stati Manlio Rossi Doria e i suoi collaboratori della "Scuola di Portici" che più di ogni altro si erano battuti perché nella legge sulle zone colpite dal terremoto 1980venissero inseriti programmi di sviluppo industriale. Impegnati nella redazione dei piani di sviluppo delle Comunità montane dell'Alto Sele e dell'Alto Ofanto prima del terremoto, essi, dopo il sisma, si affrettarono a rendere note le loro ricerche e i primi risultati del loro progetto con una Memoria sulle aree terremotate (Einaudi, Torino 1980) il cui tratto saliente era appunto la dimostrazione di una possibile vocazione industriale del Mezzogiorno interno. Su questa stessa linea si muoveva poi, nel pieno degli anni Ottanta, Leonardo Cuoco, direttore dell'Istituto regionale di ricerche della Basilicata (Mezzogiorno interno. Il caso Basilicata, Guida, Napoli 1983).
6 Inchiesta operaia alla Fiat di Melfi, a cura di Piero Di Siena e Vittorio Rieser, in "Finesecolo", 3-4, 1996 e Ritorno a Melfi. Inchiesta operaia alla Fiat, "Finesecolo", 4-1, 1998-1999. Vedi anche D. Bubbico, L'indotto auto della Fiat Sata di Melfi, Meta Edizioni, Roma 2002; Id., Fiat e indotto auto nel Mezzogiorno, prefazione di G. Romaniello, Meta Edizioni, Roma 2003; L. Romaniello, Melfi. La realtà di fabbrica nell'esperienza operaia, prefazione di P. Di Siena, Meta Edizioni, Roma 2003
7 G. Lerner, Operai, Feltrinelli, Milano 1989.
8 Datanews, Roma 1997.
9 Vedi il mio Le guerre di Paolo, delegato Fiat troppo Liberal, "l'Unità", 18 dicembre 1994
10 La rincorsa.Inchiesta sulle operaie delle fabbriche dell'auto, a cura di Anna Maria Riviello, Calice Editori, Rionero in Vulture 2003.
11 Per una ricostruzione dei Ventuno giorni vedi Lotte operaie alla Fiat di Melfi, a cura di Fiom Basilicata, Pianetalibro Editori, Avigliano 2004; La primavera di Melfi, a cura di Paolo Ferrero e Angela Lombardi, Liberazione/Edizioni Punto Rosso, Roma-Milano 2004
12 Vedi il mio La classe operaia del Mezzogiorno, in Inchiesta operaia alla Fiat di Melfi, cit.

Alternative per il Socialismo, 11, 2009

   
 
         
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