Il prezzo della libertà

Quando, nel corso della prima metà degli anni Sessanta, molti giovani della mia generazione a Rionero approdarono alla sinistra e ai suoi partiti, nessuno di noi incontrò in maniera significativa l'esperienza rappresentata dalla lunga e appassionata militanza politica di Michele Preziuso. E nessuno credo possa affermare che questa fu un elemento costitutivo della sua formazione.

Certo, qualche eco del ruolo da lui svolto nella sinistra a Rionero arrivò fino a noi, in verità più dagli operai e dai contadini che dirigevano la sezione del partito comunista che dai suoi compagni del Psi, in quegli anni divisi e travagliati al loro interno rispetto all'esperienza nascente del primo centrosinistra. I dirigenti comunisti rimpiangevano in Preziuso l'interlocutore socialista affidabile, colui che era stato il garante dei rapporti unitari a sinistra, l'oratore appassionato e il trascinatore di folle, la guida del Comune mai più fino allora riconquistato dopo la sua esperienza di sindaco, colui che nel 1953, ormai in età avanzata, aveva saputo sopportare il carcere e le repressioni della polizia di Scelba, un'esperi enza che minò in modo irreparabile la sua salute.

Ma anche in questo caso si trattava di accenni rari e fuggevoli. A pochi anni dalla sua morte avvenuta il 1961 il nome di Preziuso - quando raramente ricorreva nelle discussioni politiche a sinistra - era sempre circondato da un sentimento unanime di stima e rispetto. E ciò che colpiva era il fatto che tale sentimento era condiviso negli ambienti avversi alla sinistra, nei quali spesso i dirigenti del Psi e del Pci erano considerati con diffidenza e anche malevolenza. In verità, forse, per molti di noi che arrivavano a sinistra da quegli ambienti, questo era una ragione di disinteresse più che di attenzione. Sbagliavamo, ma non deponeva bene per noi, per i quali spesso la scelta a sinistra era fatta anche di contrasti traumatici con le nostre famiglie, che un leader del movimento operaio fosse tenuto in buona considerazione dai nemici di classe di coloro che doveva rappresentare. Allora noi cercavamo rotture che legittimassero la nostra scelta, non consensi e convergenze.

Non credo che questa propensione all'oblìo nella sinistra di Rionero verso colui che nell'immediato secondo dopoguerra era stato uno dei suoi capi più stimati e amati dipendesse dal fatto che egli avesse deciso di porre volontariamente termine alle sue sofferenze. Per la morale corrente dell'epoca una simile reazione poteva essere anche possibile. Ma sia le parole piene di solidarietà umana del discorso funebre dell'allora presidente della Provincia di Potenza, Vincenzo Verrastro, cattolico fervente e dirigente democristiano, sia il delicato riserbo che l'opinione pubblica del paese ebbe attorno alla sua fine, dimostrano come questa non possa essere una spiegazione plausibile.
La verità è che a cavallo del 1960 la vicenda della sinistra a Rionero fu segnata da tali rotture e soluzioni di continuità che anche l'esperienza di Michele Preziuso doveva, per forza di cose, essere consegnata a un passato destinato per molti a essere superato.

Ora, solo tematizzando tale discontinuità e ricostruendone i termini e il carattere, sarà possibile iniziare a valutare da un punto di vista storico che cosa in quella rottura con il proprio passato la sinistra a Rionero ha guadagnato e che cosa ha perduto, soprattutto per quel che concerne della sua ridotta capacità di far tesoro dell'esperienza politica e umana di Michele Preziuso.

Questa cesura nella vita politica della sinistra a Rionero ha il suo momento forse più significativo in un episodio di lotta sociale che costituisce - non solo per ragioni cronologiche - un vero e proprio spartiacque tra i due decenni. Si tratta della rivolta popolare del 1960, allorquando vi furono per settimane forti manifestazioni di popolo, fu ingaggiata una vera e propria guerra tra i manifestanti e le forze di polizia per il controllo della linea ferroviaria che i primi volevano bloccare, si susseguirono scontri e barricate che segnarono per giorni la vita del paese, il quale fu totalmente paralizzato e sottoposto da parte delle forze dell'ordine a un vero e proprio stato d'assedio.

Un miscuglio di frustrazioni stavano alla base di quello scoppio di collera collettivo. La scintilla fu, probabilmente, il timore che la richiesta di Melfi di diventare capoluogo di una provincia autonoma sprofondasse Rionero in una situazione di irreversibile declino. Ma questo timore aveva come fondamento materiale la crisi repentina che nel giro di due o tre anni aveva colpito l'economia del paese. Rionero in quelle settimane del '60 reagì con violenza all'altra faccia del "miracolo economico". Un flusso migratorio senza precedenti nel giro di un paio di anni aveva portato via dal paese migliaia di lavoratori maschi.

L'emigrazione, verso il nord industrializzato e verso la Germania e la Svizzera soprattutto, furono il prezzo che fu imposto al sud per la modernizzazione dell'Italia. Soppresso nel 1957 come incostituzionale l'imponibile di manodopera e tagliati drasticamente i fondi per i cantieri comunali (all'epoca le nevicate erano attese anche perché così si racimolava qualche giornata di lavoro in più liberando le strade a colpi di pala) non ci fu più un argine e nessun lenimento sia pur temporaneo di fronte alla disoccupazione dilagante. L'unica alternativa era quella di emigrare.

La rivolta del '60 a Rionero fu insieme l'ultima lotta popolare con forti connotati eversivi (di cui erano state intrise anche le manifestazioni politiche dei primi anni cinquanta contro il Patto Atlantico e la legge truffa) e il primo conflitto sociale che si misurava con i problemi nuovi prodotti dalla modernizzazione capitalistica e dalla riproduzione su nuove basi del divario tra nord e sud che da questa discendeva. Per queste ragioni, le manifestazioni del '60 erano caratterizzate da alcuni fenomeni sociali e politici che costituivano delle assolute novità per Rionero.

La prima di queste novità fu che, come tanti scoppi di collera collettivi che si sarebbero verificati nel Mezzogiorno per tutti gli anni sessanta fino ai fatti di Battipaglia e Reggio Calabria del 1969-70, questi movimenti - a differenza di quelli degli anni cinquanta - non avevano un segno di classe preciso e la sinistra non ne era l'ispiratrice esclusiva. Vene qualunquistiche e persino di destra attraversarono la rivolta di quei giorni a Rionero. E, con una qualche relazione con queste tendenze, per la prima volta giovani del ceto medio, soprattutto studenti, parteciparono alle manifestazioni e agli episodi insurrezionali, sotto gli occhi attoniti e atterriti delle proprie famiglie. Si trattò di un fenomeno più simile al '68, che al contemporaneo apparire dei giovani dalle "magliette a strisce" nelle manifestazioni antifasciste del luglio '60. Si trattò, cioè, più di una rottura nel costume diffuso e negli schemi tradizionali derivanti da una certa idea dell'ordine sociale e delle sue gerarchie, che di una scelta di campo di natura politica.

Ma fatto più importante ai fini del nostro tema, il partito comunista, quello socialista e la Camera del lavoro chiusero positivamente nel corso di quelle giornate, sia pure faticosamente, la partita relativa al controllo del movimento popolare che si era aperta qualche anno prima con la fuoriuscita dal Pci del suo giovane leader di allora Francesco Policastro. Quest'ultimo aveva rotto nel '58 con il partito nel corso della discussione sulle candidature per le elezioni politiche, e nella competizione comunale successiva aveva, con una propria lista civica &qu ot;l"Aratro", ridotto al lumicino la rappresentanza consiliare del Pci che passava da dieci a soli due consiglieri. L'attaccamento al leader finalmente trovato nelle proprie fila si rivelò nell'elettorato comunista rionerese più forte di quello al partito. Insomma, sembrava che fino allora a Rionero il Pci fosse stato un gigante dai piedi di argilla.

Ora, nel corso della rivolta del '60, Policastro aveva pensato di stabilizzare la propria egemonia sull'elettorato che aveva strappato alla sinistra ufficiale cavalcando in un certo senso l'esasperazione popolare, presentandosi come il principale paladino di un movimento di lotta estremo, nel quale del resto si muovevano a proprio agio forse per la prima volta esponenti della Dc di origine e formazione popolare come Donato Martiello. Prevalse invece, rispetto alle tentazioni populistiche rappresentate da Policastro, uno sbocco democratico incardinato sulla concretezza delle rivendicazioni economiche e sociali sostenute da un gruppo dirigente del Pci fatto da quadri di origine esclusivamente operaia e contadina, come Vincenzo Rosa, Nuccio Asquino, Donato Grieco, i fratelli Traficante, Donato Recine e Costantino Grieco, i quali fecero dell'autonomia di classe e della capacità di guidare un maturo e più moderno conflitto sociale il tratto distintivo della loro azione di ricostruzione del Pci.

Policastro, che si accingeva ad approdare al Psdi, paradossalmente perse la partita del controllo del movimento popolare a Rionero perché (benché non ignaro degli orientamenti culturali che potevano alimentare una moderna concezione del socialismo democratico, come dimostra una suo saggio sulla scuola apparso sulla "Critica sociale" e scritto insieme al maestro Giovanni Libutti) pensò di fare ricorso all'armamentario populista e ribellistico che un qualche risultato sul piano del consenso aveva prodotto a Rionero negli anni cinquanta. I comunisti, insieme ai socialisti, riconquistarono la propria egemonia sul terreno dell'autonomia di classe e delle rivendicazioni democraticamente gestite. Insomma, in quella situazione per tanti versi drammatica, furono i dirigenti operai e contadini del Pci che seppero aprirsi a quanto in quel momento si proiettava in avanti, verso il nuovo che avrebbero rappresentato gli anni sessanta.

Un altro fattore di discontinuità, che si manifestò alla fine degli anni cinquanta, fu il modo in cui le giovani generazioni intellettuali arrivarono alla sinistra a Rionero. Non contarono più l'esperienza del decennio precedente e le relazioni intessute a livello locale, bensì ciò che pesò fu il rapporto con i processi di rinnovamento in corso nella sinistra a livello nazionale. Un gruppo giovani universitari - tra cui Andrea Summa, Enzo Persichella, Franco Bochicchio -, studiando per la maggior parte a Roma e giovandosi della mediazione di Beniamino Placido, incontrò l'esperienza radicale rappresentata dal "Mondo" di Pannunzio e quella del movimento promosso da Adriano Olivetti, che in Basilicata aveva a Matera in Leonardo Sacco un autonomo e influente interlocutore.

A Rionero il centro culturale "Comunità" ispirato al movimento di Olivetti e animato principalmente da Rocco Brienza e Nino Calice, anche a volte in competizione tra loro, fu una vera e propria fucina di una nuova generazione di intellettuali e di dirigenti della sinistra. A far sì tuttavia che queste esperienze che si muovevano nell'ambito della sinistra radicale di estrazione borghese, e nella temperie modernizzante di quello che allora si chiamava neocapitalismo, incontrassero stabilmente il movimento operaio fu l'incontro tra questi giovani rioneresi e Pasquale Franco. Dirigente socialista di Altamura trapiantato a Matera, Franco fu in quegli anni il principale collegamento tra la sinistra lucana e la moderna concezione del socialismo che stava maturando a livello nazionale nella corrente di sinistra del Psi. A tale ampiezza degli orizzonti culturali entro i quali si muoveva Pasquale Franco non doveva essere, probabilmente, estranea l'influenza esercitata da Raniero Panieri - il futuro animatore dei "Quaderni Rossi" - nel breve periodo in cui fu funzionario del Psi a Matera.

Ben presto, comunque, il peso di questa nuova generazione di intellettuali nella sezione del Psi di Rionero fu tale che essi costituirono il principale ostacolo, dando vita a una tenace e anche aspra azione di contrasto, all'ingresso di Policastro nel loro partito.

Ora, probabilmente, a partire dalla ricostruzione di questo vero e proprio passaggio di fase (sia pure sul filo esclusivo della memoria), è più facile comprendere come ai nuovi e diversi protagonisti della sinistra rionerese dovesse apparire lontana l'esperienza del socialismo di Michele Preziuso. Essa, per forza di cose, rappresentava la tradizione che affondava le sue radici nel riformismo degli inizi del novecento, che si era alimentato della resistenza soprattutto morale alle persecuzioni subite dal fascismo, che nel secondo dopoguerra aveva fatto dell'unità della sinistra la bussola di una originale concezione dell'azione socialista.

In un articolo sul "Lavoratore", il periodico dei socialisti del Melfese, del settembre del '44, Preziuso non esitava a mettere insieme "il credo di Turati o Stalin" e affermava che il socialismo è lungi dall'essere "soltanto sinonimo di materialismo". "Il nostro materialismo - scriveva Preziuso - non nega certe idealità, anzi si attacca ad esse quando assurge alla vera fede (corsivo nel testo) dei coscienti, degli apostoli e dei martiri. T utta la storia del socialismo, da Tommaso Campanella a Giacomo Matteotti, da Engels a Lasalle, da Marx a Lenin è anche una realtà spirituale, che non può essere negata, né distrutta". L'articolo poi si concludeva con il richiamo al "concetto - davvero cristiano - della forma collettiva della produzione e del possesso". Dunque, Turati e Stalin, Campanella e Lenin, passando per Matteotti e Lasalle, sintesi tra materialismo e spiritualismo, e infine il riferimento al cristianesimo segnavano l'orizzonte del socialismo di Michele Preziuso, il quadro concettuale e ideale in cui pensò e praticò l'unità della sinistra.

Non si pensi che l'ampiezza e anche la contraddittorietà di questi riferimenti siano il segno di una concezione eclettica del socialismo. Essi sono troppo sapientemente accomunati perché siano frutto del caso. Può considerare, cioè, come estemporaneo l'orizzonte entro cui Michele Preziuso collocò la sua concezione del socialismo solo chi è ignaro di come tutto il dibattito della sinistra degli anni quaranta, nel clima creato dall'unità antifascista tra le grandi potenze vincitrici nella guerra contro il nazismo e il fascismo, fosse attraversato da un filone che puntava alla fusione e al superamento delle tradizioni comuniste e socialiste. Ne sono una testimonianza il dibattito sul partito unico della sinistra che impegnò in quegli anni il Pci ma anche il Psi, e la stessa esperienza del Fronte popolare del 1948. Poi questa prospettiva fu stroncata dagli sviluppi della guerra fredda.

E' comunque con questo approccio, sostanziato dalla convinzione che nella realtà del Mezzogiorno braccianti e contadini poveri fossero la spina dorsale della sinistra, che Michele Preziuso consumò anche il suo distacco politico da Attilio Di Napoli e dal riformismo potentino dei Pignatari, che nel 194 7 confluiranno coerentemente con la loro storia politica nel Psli (poi Psdi) di Saragat. Del resto, quanto grande fosse - soprattutto per merito di Michele Preziuso - il legame di classe nella sezione del Psi di Rionero lo dimostra il fatto che anche un acceso riformista, animato da una passione quasi fanatica per il socialismo democratico di Turati e Matteotti e perciò da un forte sentimento anticomunista, quale era Raffaele Di Lonardo non se la sentì di lasciare il Psi per il partito di Saragat.

Ma agli inizi degli anni sessanta, dopo più di un decennio di guerra fredda e l'affermazione delle nuove tendenze del capitalismo italiano dopo il "miracolo economico", le ricerche di nuove strade per la sinistra si collocarono su un terreno diverso da questo sentire di Michele Preziuso. Ecco perché, probabilmente, ciò che di nuovo nasceva a sinistra a Rionero dopo il '60 tese a lasciarsi alla spalle la sua es perienza, affidando una funzione di raccordo tra continuità e novità a una personalità sicuramente più estroversa e eclettica, per sua natura curiosa e aperta fino all'ultimo a tutte le novità, qual è stata quella di Carlo Pesacane.

D'altro canto i dirigenti operai e contadini del Pci, impegnati - come si è visto - a ricostruire dopo la crisi Policastro il partito sulla base dell'autonomia di classe fino al punto che lo stesso gruppo dirigente fosse per intero di estrazione operaia e contadina, non potevano essere naturalmente portati a sottolineare l'attualità di un'esperienza nella quale questa stessa autonomia era stata affidata a una leadership intellettuale e per di più esterna al partito comunista, qual era stata quella di Michele Preziuso.

Vi è poi un altro aspetto, più delicato, che spiega il complesso rapporto tra l'ered ità politica di Michele Preziuso e la sinistra rionerese. Si tratta del rapporto tra comunità rionerese e fascismo. La persecuzione da lui subita durante il fascismo, attraverso i continui trasferimenti di sede d'insegnamento e la negazione del titolo di direttore didattico regolarmente vinto in un concorso pubblico, resa ancora più odiosa e intollerabile perché non provocata da un'attività clandestina organizzata contro il regime ma da un vero e proprio sentimento di vendetta da parte dei fascisti locali, non diventò a Rionero un elemento costitutivo dello spirito pubblico cittadino. Ciò non derivò da una sottovalutazione del ruolo di Michele Preziuso, il quale – come è noto – proprio nel periodo della caduta del fascismo toccò la punta più alta della sua popolarità, ma da un problema di carattere più generale, che riguarda, per così dire, la psicologia collettiva di un'intera comunità . Il fatto è che, a Rionero, nel corso degli anni cinquanta l'eccidio del '43 da parte di tedeschi e fascisti di inermi cittadini venne come accantonato nella memoria collettiva al fine di lasciare sullo sfondo le responsabilità dirette di esponenti del fascismo locale. A torto o a ragione, soprattutto dopo le assoluzioni del processo di Potenza sui fatti di Rionero, quello che si tentò probabilmente di evitare è che il paese vivesse in una situazione di prolungata "guerra civile" nella quale odi e rancori provocati dal quella vicenda tragica alimentassero lo scontro di una stagione politica per tanti aspetti già assai aspra.

Fu, a mio parere, una scelta inconsapevole e una sorta di rimozione inconscia. Cioè, non ci furono decisioni esplicitamente orientate in questa direzione. Ma il risultato fu una sorta di derubricazione della memoria su fascismo e antifascismo a Rione ro. Non poteva non esserne, nel lungo periodo, indirettamente coinvolta anche la resistenza al fascismo di Michele Preziuso che per queste ragioni non riuscì a alimentare, a partire dagli anni sessanta, un sentimento collettivo fondato su un forte senso civico che solo una tradizione antifascista ampiamente condivisa avrebbe saputo creare.

Detto tutto ciò, tuttavia, tocca a questo punto interrogarsi se - sebbene non espressamente tematizzata dai gruppi dirigenti del decennio successivo - la funzione esercita da Michele Preziuso nella sinistra di Rionero fino alla fine degli anni cinquanta non abbia comunque continuato a esercitare sotto traccia una sua influenza. E bisogna anche chiedersi se il processo di rimozione che abbiamo cercato di illustrare non abbia in qualche modo limitato l'efficacia stessa di quel rinnovamento della sinistra che ha caratterizzato gli anni sessanta.

Ad esempio, c'è certamente una qualche relazione tra il ruolo avuto da Michele Preziuso nella sinistra rionerese, il modo nel quale tentò di affermare il principio dell'autonomia della sinistra in nome di quella dei lavoratori, e il fatto che l'operazione del Pci rionerese tesa a costruire un autonomo gruppo dirigente di origine popolare non si sia chiusa in un settario operaismo (come è avvenuto altrove) e si sia saputa aprire all'immissione di quadri intellettuali a cominciare dall'ingresso nel Pci di Nino Calice nel 1959. C'è sicuramente un rapporto tra l'azione di Michele Preziuso e tra il fatto che sin dagli anni cinquanta il socialismo fosse penetrato tra i maestri elementari di Rionero e la scelta fatta in direzione dei partiti del movimento operaio da parte di tanti giovani intellettuali che si erano formati tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta sul terreno del radicalismo e dell'"americanismo" olivettiano.

D'a ltro canto, il non aver esplicitamente elaborato per tempo nel corso degli anni sessanta l'influenza comunque esercitata dal magistero socialista di Michele Preziuso a Rionero è stata forse una delle ragioni che ha impedito di dare stabilità, profondità e prospettiva a quel rapporto tra intellettualità di sinistra e autonomo processo di formazione di un ceto politico di sinistra di estrazione popolare (avviato nel Pci dopo la rottura con Policastro) che a Rionero avrebbe potuto avere un enorme possibilità di sviluppo.

E' anche vero che un tale sviluppo non si verificò a causa della morte prematura nel 1968 di Donato Grieco, il segretario del Pci che del processo di formazione di una nuova classe dirigente a sinistra era stato l'instancabile protagonista. Resta il fatto comunque che la morte di Greco, insieme alla mancata elaborazione della tradizione rappresentata dalla lezione del socialismo unitario e po polare di Michele Preziuso, alla lunga creò un vuoto che solo la forte personalità politica di Nino Calice riuscì per anni a colmare.

C'è tuttavia, a mio parere, una ragione più di fondo per la quale, nonostante la forte leadership esercitata sulla sinistra rionerese negli anni quaranta e fino alla metà dei cinquanta, l'esperienza politica di Preziuso sia stata segnata spesso da una condizione che si potrebbe definire quasi di isolamento. Lo fu per forza di cose durante il fascismo, ma anche probabilmente negli ultimi anni della sua vita. Si tratta di un aspetto della sua personalità politica che ha radici antiche ma che, singolarmente, più di ogni altro è in grado di parlare agli stili di vita e al sentire di oggi. Insomma, potrebbe costituire il tratto veramente attuale dell'eredità politica e morale di Michele Preziuso.

Se risaliamo alle sue prime esperienze politiche e ci soffermiamo, per esempio, sul conflitto che, appena tornato dalla prima guerra mondiale, lo oppone come maestro all'amministrazione comunale di Melfi, la quale pretende da lui subordinazione e obbedienza politiche perché suo dipendente, ci accorgiamo che la molla che lo spinge a ribellarsi è un sentimento insopprimibile di tutela della propria personale libertà. Anche la polemica del '14, ospitata dal "Lavoratore" di Attilio Di Napoli, sui livelli retributivi dei maestri, non compresa nemmeno negli ambienti del suo partito, allude a un'autonomia economica che sia fonte di libertà nella professione e nel magistero culturale e politico. E solo un sentimento insopprimibile di libertà riuscì a non farlo piegare rispetto alle incredibili vessazioni a cui fu sottoposto dal fascismo.

Bisogna tener conto, infatti, che nella particolare condizione di Michele Preziuso (a Rionero e senza rapport i con nuclei più o meno organizzati di resistenza clandestina al fascismo, senza presumibilmente la speranza di tanti comunisti che l'Urss fosse un'alternativa credibile e un modello) nel corso degli anni trenta non era particolarmente coltivabile l'attesa di una fine imminente della dittatura e del regime. Il fascismo doveva apparire, probabilmente, senza alternative. Quindi, non una previsione ragionevole ma solo un attaccamento profondo alla propria libertà, poteva dare le risorse morali per resistere alle persecuzioni e non piegarsi.

Insomma, a ben vedere è proprio un'insopprimibile aspirazione alla libertà il "filo rosso" che attraversa tutta la storia politica di Michele Preziuso. Ma quando è così l'esperienza ci dice che la solitudine diventa una condizione difficilmente evitabile dell'agire politico, anzi di solito questo è il prezzo che si paga alla libertà.

in "Michele Preziuso", Calice Editore Rionero in Vulture, 2001

   
 
         
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