L'eredità politica del caso Scanzano.

La vicenda di Scanzano rompe un’antica tradizione nel rapporto tra politica, società civile e organizzazione di un’autonoma opinione pubblica in Basilicata. Da questo punto di vista Scanzano può diventare un vero e proprio spartiacque. Nella nostra regione infatti sono sempre stati la politica e il ceto che ne è espressione ad occupare il posto di comando. E se c’è un elemento di continuità tra il vecchio regime democristiano e l’attuale centrosinistra (che per una parte di quel regime è figlio) è proprio questo. E si tratta di una questione che attiene, come è evidente, alla qualità della vita democratica. Spesso, in Basilicata, la politica è stata migliore di quanto lo fosse nelle altre realtà meridionali ( lo è tuttora ) ma non c’è dubbio che uno dei tratti caratteristici dello spirito pubblico della regione è stato un forte attivismo del ceto politico a fronte di una relativa passività della società civile, che della politica ha quasi sempre subito docilmente il comando. Ne hanno sofferto l’autonomia del lavoro intellettuale e quella delle imprese e lo stesso sindacato è stato caratterizzato da una compenetrazione più accentuata che altrove con il sistema politico.

Tra i tanti risultati della lotta contro la collocazione nel Metapontino del sito unico nazionale delle scorie nucleari vi è anche quello di un radicale, potenziale rovesciamento di questo rapporto tra “governati” e “governanti” in Basilicata. Questa lotta, infatti, è stata la ferma e pronta reazione dell’opinione pubblica che ha dato gambe e forza alla politica regionale nel contrastare con successo le decisioni del governo nazionale.

Non è che manchino precedenti di forti mobilitazioni democratiche della società locale. Basti ricordare l’occupazione delle terre nell’immediato dopoguerra, il “febbraio lucano” del 1970, la prima fase della gestione dell’emergenza nel terremoto dell’ 80. Ma esse sono state, per ragioni diverse, solo delle parentesi che, anche quando hanno influito sia pure indirettamente nelle trasformazioni politiche e istituzionali, hanno lasciato tracce labili nella memoria collettiva che la regione conserva di se stessa.

Come evitare che anche la lotta per Scanzano diventi per questo aspetto solo una parentesi? Come fare in modo che quel più aperto e dialettico rapporto tra società e potere politico, che nei giorni della mobilitazione si è istaurato, contribuisca a produrre un salto di qualità che investa sia il modello di sviluppo che la vita democratica della regione? Il fatto che il presidente Bubbico abbia tempestivamente colto la novità della situazione e abbia saputo rapidamente sintonizzarsi con le preoccupazioni e le aspettative dell’opinione pubblica regionale costituisce senza dubbio un promettente punto di partenza. Ora, lungi da me pensare che la soluzione stia in una riedizione dei “girotondi”, o di qualsiasi altra forma di movimento, in versione lucana. Non è dato nessun duraturo cambiamento nel rapporto tra società e istituzioni se non è la politica – e innanzitutto la politica democratica – a riformare se stessa. Perciò, ora tocca all’intero sistema politico regionale, e in particolare alle forze del centrosinistra, farsi interpreti di questo diverso rapporto tra politica e società che, a partire dalla mobilitazione per Scanzano, sarebbe possibile istaurare.

Le cose stanno andando in questa direzione in Basilicata? Credo che si possa rispondere in tutta onestà: non ancora. Gli attuali rapporti tra le forze politiche regionali sono regolati in base agli esiti della verifica che ha impegnato per tutto l’anno appena trascorso i partiti del centrosinistra e che si è chiusa proprio alla vigil ia della mobilitazione per Scanzano. Ora non c‘è chi non veda che, per il modo in cui è stata condotta, essa ha dato vita a equilibri che sono lontani anni luce dal nuovo rapporto tra politica e società a cui la vicenda di Scanzano allude. Ci sono stati in quel confronto tra i partiti, insomma, troppa autoreferenzialità, una discussione troppo chiusa all’interno del ceto politico e dei suoi conflitti, un esito non chiaro ai più, nemmeno tra gli addetti ai lavori. Il fatto stesso che si sia utilizzata la mancata approvazione del documento di programmazione regionale come arma di pressione per dirimere rapporti attinenti agli equilibri tra i partiti e all’interno di essi sa troppo di vecchia politica. E, del resto, il terremoto giudiziario che ha scosso il centrosinistra lucano ormai più di un anno fa, se con il passare del tempo rivela tutta la sua inconsistenza dal punto di vista della rilevanza penale degli addebiti mossi, ha messo tuttavia in luce modalità di rapporti tra potere politico e interessi economici non perfettamente in sintonia con l’azione innovatrice che dovrebbe essere propria del centrosinistra.

Non si tratta di riaprire polemiche o invocare rese dei conti all’interno del centrosinistra lucano. Il rapporto tra società e politica che la vicenda di Scanzano ci induce a riformare è questione così ramificata e profonda nella costituzione politica della nostra regione che nessuno può ad essa ritenersi estraneo. Insomma, non c’è nessuno che possa scagliare la prima pietra, a sinistra e tanto meno a destra. Ma ciò non significa che, dopo Scanzano, in modo solidale tutto il centrosinistra non debba impegnarsi in una profonda riconsiderazione delle modalità con cui seleziona le classi dirigenti della regione e utilizza le risorse umane a sua disposizione. Dopo Scanzano ognuno di noi – a eccezione del presidente della regione che ha saputo farlo nel vivo della lotta – deve sottoporre a nuova legittimazione il proprio ruolo di rappresentanza della volontà di cambiamento che è emersa dal corpo vivo del popolo lucano, rimettendo in discussione anche (se necessario) i modi e i percorsi con cui intende farlo. E bisogna fare presto, perché – come è noto – le scadenze elettorali sono ormai alle porte.

"La Gazzetta del Mezzogiorno", 4 gennaio 2004

   
 
         
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