La Basilicata vista con gli occhi di Potenza

In: Paolo Albano, I pesci non hanno l’acqua, Calice Editori, Rionero in Vulture 2014

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La Basilicata di Paolo Albano è quella vista con gli occhi di Potenza, o meglio con quelli delle sue classi medie e del loro complesso e mai del tutto risolto rapporto con il resto della regione e anche con quella dimensione nazionale nella quale le ha proiettate la mediazione, politica, di potere ma anche intellettuale esercitata da Emilio Colombo. Non è la stessa Basilicata che si può vedere dal Vulture, da Matera o dalle falde del Pollino. O quella favolistica regalataci da Rocco Papaleo nel suo “Basilicata coast to coast”. Cambiano i punti di vista e cambiano, soprattutto, le “narrazioni”. Per usare un termine caro a Paolo che più di ogni altro ci fa penetrare nelle pieghe dei significati che questa parola evoca, ce ne svela la cifra e rende conto delle sue suggestioni.
E’ un punto di vista, quello di Albano, a tratti un po’ visionario che si alimenta di quella dimensione poetica con cui, a partire dall’immediato dopoguerra, gli intellettuali lucani lungo le strade – diverse e a volta opposte - tracciate da Scotellaro e Sinisgalli hanno scoperto la propria terra, l’hanno amata e insieme odiata. Solo a Potenza, in Basilicata, dopo quella stagione questa dimensione poetica ha ritrovato sempre i luoghi e le sintonie necessarie per potersi riprodurre. E’ la Potenza di Riviello e Stolfi, di Trufelli e Parrella. Ma anche dei pittori e dei fotografi che l’hanno abitata o frequentata. Tappa indelebile dell’itinerario artistico sia di coloro che da essa sono fuggiti senza più tornarvi, o facendo fatica a farlo, sia di quelli che non l’hanno mai saputa lasciare.
La Basilicata di Albano è anche quella che vive la vicenda legata all’assassinio di Elisa Claps come uno spartiacque da cui non si può prescindere. Non c’è nessun altro luogo della regione in cui questa triste storia sia vissuta così. Solo per Potenza, infatti, la Trinità (la chiesa in cui si è consumato il delitto e ha per tanto tempo nascosto i resti mortali di Elisa) è luogo di costruzione e riproduzione di identità. Lo è stata per coloro che nella formazione cattolica che lì veniva impartita, a partire dal magistero di mons. D’Elia, hanno trovato le risorse per proiettarsi in una dimensione nazionale con un bagaglio culturale e politico degno di ben altre grandi scuole, ma anche per chi, in nome delle tradizioni laiche – socialriformiste e nittiane – del ceto medio potentino ne prendeva le distanze, per approdare, in qualche caso, sempre in sparuta pattuglia ai lidi della sinistra culturale e politica.
La chiusura della chiesa, dopo il ritrovamento del cadavere di Elisa, per Paolo Albano e per tanti altri in città, è una ferita che va oltre il turbamento collettivo prodotto da una vicenda così grave e dolorosa. E’ come se fosse la fine di una genealogia, la dispersione di un’eredità spezzata, una ferita aperta e sanguinante che ha dissolto una comunità. Solo a Potenza, in Basilicata, la vicenda Claps si colora di questi significati ed è possibile cogliere tutte le pieghe del clima di sospetti, accuse, chiamate di correo che l’hanno accompagnata e di come esse abbiano segnato un punto di non ritorno.
Il quesito che si pone, a questo punto, riguarda il come la Basilicata, vista e vissuta attraverso uno spettro così complesso, si proietta nel futuro. Insomma come Albano vede questa piccola regione, dal profilo incerto e come schiacciata dagli effetti della crisi, proiettata nel domani. Si potrebbe dire, gramscianamente, che lo sguardo di Paolo è animato dall’ottimismo della volontà. La Basilicata di Albano, dunque, ha le risorse per farcela, affrontare una transizione e superare le asperità delle sfide ardue che ci stanno davanti. Sono risorse alimentate non solo dalla qualità dei giacimenti culturali che vi si sono sedimentati, ma anche dalla cifra sentimentale che li ha caratterizzati, dalla convinzione profonda che una tradizione culturale che nasce dalla matrice cattolica della sua formazione, sia pure decapitata, ha una forza di connessione nel sociale che non ha riscontri altrove ed è in grado di aprire il confronto, se non la contaminazione, con altre culture che caratterizzano la modernità. E poi c’è la bellezza dei paesaggi, la fierezza composta della gente che la superficie di grettezza che spesso la provincia alimenta non riesce del tutto ad occultare, ci sono i giovani che vogliono scappare ma che bisognerebbe mettere nella condizione di tornare.
Non posso nascondere che per me che vengo da un’altra formazione in cui il rapporto tra modernità e arretratezza, o se si vuole lo sviluppo ineguale, colora in modo drammatico le vicende sociali e la loro permanente dialettica, l’approccio di Paolo alla Basilicata qualche volta mi confonde e mi spiazza. Ma non posso dire di non subirne il fascino perché offre le chiavi per penetrare in quelle stanze della conoscenza e dell’agire nelle quali si capisce che essere lucani è come essere parte di una condizione speciale. O almeno si ha la possibilità di pensarlo. Che ciò sia illusione o realtà sarà il futuro a svelarlo.


In: Paolo Albano, I pesci non hanno l’acqua, Calice Editori, Rionero in Vulture 2014

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