I dieci anni che hanno determinato la crisi

Il Quotidiano di Basilicata, 26 maggio 2013

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È giunto ormai il momento per cominciare a riflettere e a discutere sul contesto e sulle ragioni che hanno prodotto quel complesso di comportamenti, quel diffuso costume di appropriazione privata di risorse pubbliche, che ha travolto pressoché quasi tutta la classe dirigente della Regione. Non si tratta, ovviamente, di cercare giustificazioni. Ma se non si risale alle cause, difficilmente si potranno trovare soluzioni e alternative durature, e invece si ricorrerà a rimedi destinati a rivelarsi ben presto peggiori del male che si intende curare.
Ebbene, a mio parere le ragioni che stanno alla base del degrado progressivo della vita pubblica regionale vengono da lontano e sono nel complesso racchiuse nel fatto che, sin dagli inizi degli anni Duemila, la classe dirigente del centrosinistra lucano ha smarrito qualsiasi capacità progettuale per il futuro della regione.
Eppure, all’epoca, alla Basilicata capitarono opportunità che nessuna altra regione meridionale ha avuto nel corso degli ultimi due decenni. La presenza della Fiat a Melfi, lo sviluppo del distretto del salotto nel Materano e l’inizio delle stesse estrazioni petrolifere avrebbero potuto costituire dei fattori potenti di sviluppo se la classe dirigente regionale si fosse applicata a come metterli a sistema e trarre da essi effetti moltiplicatori per il cambiamento economico e sociale, ma anche culturale, della vita regionale. L’impresa era ardua, visto il contesto nazionale entro cui si sarebbe dovuta svolgere, ma non fu nemmeno tentata. E i movimenti del 2004 – da Scanzano alla lotta alla Fiat, alla grande mobilitazione di Rapolla per la variazione dell’elettrodotto Matera-Santa Sofia –, sia pure gestiti con sapienza e accortezza, furono una parentesi e non, come avrebbero potuto essere, la base su cui costruire un radicale mutamento di indirizzo politico.
Sono seguiti dieci anni in cui si è tirato a campare, nei quali l’assenza di ogni progetto di respiro per il futuro ha convissuto con l’evoluzione e poi il declino, e quindi la crisi, di quei tre fattori che avrebbero potuto concorrere a un diverso sviluppo della regione. Oggi, essi da risorsa si sono trasformati in problema: prima il distretto del salotto incapace di riconvertirsi di fronte ai processi di delocalizzazione da cui è stato investito; poi la Sata travolta dalla crisi della Fiat e del settore dell’auto; e infine le attività estrattive che ben presto hanno assunto i caratteri di impresa di rapina delle risorse ambientali, del territorio, senza significative ricadute nell’economia locale. E perciò oggi per fare sistema, per produrre una connessione virtuosa dei fattori, bisogna probabilmente partire da altro: agricoltura di qualità, cultura e turismo, politiche energetiche e tutela ambientale.
In questa assenza di prospettive e di progetto che ha segnato gli ultimi dieci anni di vita della regione vanno cercate le cause del degrado attuale, va individuato il terreno di coltura di quei fatti di costume segnati dall’uso disinvolto di risorse pubbliche per alimentare un agire politico finalizzato alla pura autoriproduzione di un ceto. Si tratta proprio di quel fenomeno che, sul piano nazionale, Fabrizio Barca indica – a volte con parole astruse - come una delle cause principali della crisi dei partiti.
In Basilicata si è a lungo dibattuto sull’onnipotenza del Pd in quanto partito-regione e poco si è indagato su che cosa intanto avveniva sotto questa cappa. Quando si spostava l’attenzione dalle stanze della Giunta e del Consiglio regionale alle comunità grandi e piccole di tutta la regione si scoprivano i danni terribili prodotti da rapporti politici sostanzialmente balcanizzati. Non c’è comune in cui il Pd non sia composto di gruppi contrapposti in lotta tra loro. E a sinistra – per rimanere a casa mia – da un lato Sel è attraversata da contrasti perenni che hanno rischiato di trasformarla in una sommatoria di potentati locali, mentre Rifondazione ha avviato il processo di dissoluzione che l’ha investita con la mancata presentazione alle passate elezioni regionali della propria lista nella circoscrizione di Matera, a causa di insanabili conflitti interni.
A ciò va aggiunto il fatto che la maggioranza che ha guidato finora la Regione si è sostanzialmente costruita nel rapporto tra il Pd e un personale politico ad esso esterno segnato da pratiche trasformistiche a dalla continua trasmigrazione da una forza politica all’altra al mero fine della propria autoconservazione, e in pratiche consociative con settori della destra. Da tempo ormai la coalizione guidata da De Filippo, con l’assenza di Rifondazione comunista dal Consiglio regionale e le motivate prese di distanze da parte di Sel, non è più di centrosinistra. Chi in Basilicata invoca le larghe intese, sulla scia delle controverse scelte fatte dal Pd sul piano nazionale, non fa che riproporre in maniera esplicita la riconferma di quei rapporti politici che hanno, a livello regionale, concorso a provocare la crisi attuale.
Si tratta invece, finalmente, di fare una scelta di campo netta per la costruzione, in vista delle prossime elezioni, di un nuovo centrosinistra, con il concorso di forze interne ed esterne ai partiti, dotato di un progetto di radicale cambiamento dell’economia, della società e del costume politico.
Nessuno che ha avuto un ruolo politico nel corso di questi dieci anni è esente da responsabilità, anche solo per non aver denunciato con la sufficiente fermezza la corsa verso il baratro che era in atto. Ma ora, chi è nelle condizioni di farlo, deve mettersi a disposizione per avviare quel rinnovamento della classe politica di cui la Basilicata ha bisogno, avendo anche il coraggio di dire, contro le mode correnti, che una nuova classe dirigente non s’improvvisa dall’oggi al domani, che ciò che conta, nel cambiamento del ceto politico, è la direzione di marcia e i progetti attorno a cui mobilitarsi e aggregarsi.


Il Quotidiano di Basilicata, 26 maggio 2013

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