La candidatura di Barozzino
Elemento di discontinuità

Il Quotidiano di Basilicata, 7 febbraio 2013

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È bastata solo la candidatura al Senato di Giovanni Barozzino (l’operaio che con Lamorte e Pignatelli è stato protagonista di un aspro confronto con la Fiat di Marchionne) perché il modo di discutere in Basilicata del futuro industriale della Sata cambiasse radicalmente. Ed è del tutto prevedibile che la sua elezione, e quindi la partecipazione alla delegazione parlamentare della nostra regione, produrrà un cambio di passo nel modo di affrontare, da parte del ceto politico regionale, i problemi del settore dell’auto e di quello che resta dell’intero apparato industriale regionale.
Sinora, infatti, le classi dirigenti lucane – anche quelle che fanno riferimento al centrosinistra che governa la Regione – hanno sempre dimostrato una certa sudditanza (oserei dire innanzitutto psicologica) verso la Fiat e il suo management. E non sono mai entrati nel merito delle scelte industriali, della gestione delle relazioni sindacali, dell’assenza di rilevanti ricadute della presenza Fiat sull’intera economia regionale. Un residuo di questo atteggiamento sta nell’acritico avallo da parte di Roberto Speranza delle scelte indicate da Marchionne per Melfi, e con cui Barozzino ha polemizzato, sia pure col garbo che si deve a un alleato.
Che Marchionne sia una sorta di “venditore di tappeti” dovrebbe essere chiaro a tutti. Quando lanciò con proclami altisonanti il programma di “Fabbrica Italia”, a me che ero alla ricerca di uno straccio di progetto industriale che sostanziasse quell’investimento annunciato di 20 miliardi, dall’azienda arrivarono solo risposte evasive. E colleghi della “Stampa”, che è il giornale della Fiat, cui avevo chiesto aiuto mi confermarono che non c’era niente di accessibile oltre lo scarno e altisonante comunicato a firma di Elkan e di Marchionne. Ora l’amministratore delegato di corso Marconi dichiara di essersi pentito di aver fatto quell’annuncio e dei 20 miliardi ne è, allo stato, rimasto uno, quello destinato a Melfi.
Barozzino ha fatto notare che anche per la Sata le prospettive non sono rose e fiori. E del resto come non nutrire preoccupazioni verso una prospettiva industriale che si affida prevalentemente a modelli di gamma alta, senza nessuna ipotesi su come partecipare a quel rivoluzionamento dell’automotive che necessariamente seguirà alla crisi strutturale che il settore sta attraversando, senza garanzie sufficienti di reintegro per tutti dopo i due anni di cassa integrazione previsti, che sull’indotto potrebbero avere effetti occupazionali dirompenti già nell’immediato.
Barozzino chiede un approfondimento delle proposte industriali e più certe rassicurazioni per il futuro occupazionale a Melfi, e per farlo ricorre alle parole usate da Bersani sui programmi Fiat e alle zone d’ombra che in essi permangono. Cosa trovino di irragionevole in questo gli ultimi due sindaci di Melfi, Navazio e Valvano, l’ex sindaco candidato con Monti e quello in carica alla guida di una coalizione di centrosinistra, sarebbe utile saperlo.
La verità è che la candidatura di Barozzino introduce un fattore di discontinuità nel processo di formazione delle classi dirigenti regionali che mette a dura prova l’ordine costituito. La politica come professione nel secolo scorso è stata, come scrisse Max Weber, la forma più elevata del lavoro intellettuale. Oggi nella crisi della Repubblica è decaduta il più delle volte a privilegio di casta e alle pratiche del trasformismo. Sono necessarie salutari rotture per invertire la rotta.
A metà degli anni Novanta, nell’introdurre l’inchiesta operaia coordinata da me e Vittorio Rieser sulla Fiat di Melfi (che in questi mesi stiamo riprendendo per un aggiornamento a quasi venti anni di distanza) mi capitò di argomentare che un nuovo capitolo della questione meridionale poteva essere aperto se la nuova classe operaia del Mezzogiorno che allora stava nascendo avesse assunto un ruolo egemonico. Io interpreto l’elezione di Barozzino al Senato in Basilicata (e di Antonio De Luca, operaio di Pomigliano, alla Camera in Campania) come la prima tappa di quel mio auspicio di venti anni fa e ritorno a coltivare così la speranza che dignità del lavoro e riscatto del Mezzogiorno procedano di nuovo lungo un comune percorso.


Il Quotidiano di Basilicata, 7 febbraio 2013

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