Pollino: Terremoto senza fine

Decanter, 3, 2012

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Dopo la scossa di magnitudo 5.0 del 26 ottobre lo sciame sismico che da due anni ha investito l’area del Pollino lungi dal diminuire continua, addirittura, con maggiore intensità. Non c’è giorno, non c’è notte, che la terra non tremi. E tra quelli avvertiti dalla popolazione e quelli non percepibili i movimenti tellurici arrivano a molte diecine al giorno. Insomma, la sensazione è che il peggio non sia passato con il colpo avuto il 26 ottobre e con i danni, contenuti ma significativi, che esso ha provocato soprattutto a Mormanno e a Rotonda, cioè sul versante tirrenico dell’area del Pollino. L’impressione è che tutto può ancora accadere.
La prima considerazione da fare, di fronte a questa situazione, è che ci troviamo di fronte a fenomeni relativamente inediti nella pur lunga e intensa storia dei terremoti nel nostro Paese. Sappiamo bene che vi sono esperti disposti a dimostrare che non c’è niente di nuovo, come altri che si avventurano in spiegazioni a dir poco eterodosse, come quelle recenti che sostengono che tra le concause della fibrillazione sismica dell’area a cavallo tra Basilicata e Calabria vi possano essere le trivellazioni per l’estrazione del petrolio o i grandi invasi idrici e le grandi infrastrutture per la distribuzione dell’acqua. Ma una cosa sembra balzi all’occhio nudo anche del profano. Quando come nel caso dell’Aquila l’evento catastrofico è preceduto e seguito da una così protratta nel tempo attività sismica, quando lo stesso accade nell’area del Pollino, quando un terremoto molto serio colpisce così duramente la bassa valle Padana, tra l’Emilia e la Romagna, dove eventi sismici non erano registrati da centinaia di anni, l’impressione è che siamo di fronte a delle novità.
Del resto, all’indomani del terremoto dell’Aquila i maggiori organi di stampa resero noti studi che ipotizzavano un’accelerazione, nell’ambito della deriva dei continenti, del movimento dell’Africa che avrebbe prodotto un’inedita e permanente pressione sulla faglia mediterranea e con punti di criticità in Calabria e una spinta degli Appennini sulle Alpi.
Che la Protezione civile nell’era di Bertolaso, protesa a governare affari nella gestione commissariale di grandi opere, non abbia tematizzato la necessità di un mutamento di passo nella sua azione di prevenzione sembra indubbio. E grandi cambiamenti in questa epoca di austerità, in cui il governo Monti per il Pollino si è dimostrato addirittura riluttante a dichiarare lo stato di calamità naturale, non si vedono all’orizzonte. I terremoti non sono prevedibili, ma non sarebbe ragionevole che in zone colpite da una così intensa e prolungata attività sismica si facesse una sistematica verifica sullo stato di abitazioni e strutture pubbliche e del loro grado di resistenza a eventi sismici più gravi? La sentenza dell’Aquila che ha condannato i membri della Commissione grandi rischi ha prodotto più di un turbamento anche perché ha colpito un pool di scienziati che dopo il terremoto della Campania e della Basilicata dell’80 hanno creato dal niente la sismologia in Italia e concorso a creare un sistema di Protezione civile sino allora inesistente. Ma, a parte le responsabilità individuali il cui accertamento è affidato ai successivi gradi di giudizio, pare evidente che se si fosse fatta questa ricognizione preventiva forse la strage della Casa dello studente si sarebbe potuta evitare.
Il terremoto del Pollino del 26 ottobre richiama inoltre in primo piano il destino di quest’area, stretta e come soffocata tra rischio sismico e la controversa attivazione della nuova centrale a biomasse del Mercure. Dopo la lunga e difficile battaglia per l’istituzione del Parco negli anni Ottanta l’impressione è che l’interesse nazionale e internazionale sul Pollino iniziato negli anni Sessanta e Settanta sia progressivamente scemato e il salto di qualità nella sua valorizzazione mai compiuto.
È una questione che dovrebbe trovare il suo posto nell’agenda almeno della Regione Basilicata.


Decanter, 3, 2012

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