A Acquedotto lucano acqua in bocca sui risultati del referendum

Il Quotidiano di Basilicata, 19 aprile 2012

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Caro direttore,
alcuni giorni fa il suo giornale ha trovato incredibile il “silenzio” che ha circondato la nomina dell’ex assessore regionale Rosa Gentile ai vertici dell’Acquedotto lucano. Io trovo ancora più incredibile che il rinnovo degli assetti di Acquedotto lucano non sia stato accompagnato da una discussione, e da un movimento di opinione pubblica, su come attuare in Basilicata i risultati dei referendum della scorsa primavera. Hanno provato a chiederlo il luglio scorso il Comitato per l’acqua e le organizzazioni ambientaliste della regione, che ora evidentemente sono essi stessi prostrati dal muro di gomma che alle loro richieste hanno opposto le istituzioni regionali. Anche il movimento per la soppressione del “balzello” sulle bollette che il referendum impone, partito in questi giorni da Policoro, rischia di procedere in sordina e senza l’eco che meriterebbe.
È probabile che alcuni pensano che, essendo Acquedotto lucano per intero di proprietà pubblica, non ci sia nulla da fare. E che le cose, nonostante il referendum, stiano bene così. Si sottace che essendo una società per azioni esso può operare a tutti gli effetti come un’impresa privata, che – sia pure in astratto – può essere, in tutto o in parte, ceduta ai privati, come rischia di accadere alle grandi società municipalizzate del Comune di Roma. E che questo suo profilo, normato dalle regole del Codice civile che disciplina l’attività delle imprese private, ha conseguenze rilevantissime nella gestione degli appalti e delle assunzioni che può espletarsi entro un regime di assoluta discrezionalità.
Il fatto che ormai la Regione, dopo la presa di distanze di Sinistra Ecologia e Libertà, sia gestita da una maggioranza centrista, non esime Giunta e Consiglio dall’attuare i risultati del referendum. Il fatto che da più parti in Italia, a cominciare dal governo Monti, si tenti di eludere il risultato referendario non è per la classe dirigente regionale una ragione sufficiente per fare altrettanto. Né si può dire che manchino le idee e le proposte. Sul piano nazionale l’elaborazione su come gestire beni che non sono né pubblici né privati, ma appunto “comuni”, ha prodotto ormai una letteratura di tutto rispetto. Ben prima del referendum i movimenti che poi si sono impegnati nella campagna referendaria hanno promosso un disegno di legge regionale di iniziativa popolare che potrebbe essere iscritto all’ordine del giorno del Consiglio regionale. I Comuni lucani che, al pari della Regione, sono proprietari di Acquedotto lucano potrebbero applicarsi a come essere i canali per una gestione partecipata da parte dei cittadini lucani di quella che, ben prima del petrolio, costituisce la principale risorsa della Basilicata. Un’azione di questo genere, purtroppo caduta nel vuoto, aveva avviato alcuni anni fa il sindaco uscente di Castelsaraceno, Domenico Muscolino. Qualche amministratore comunale in carica potrebbe riprenderla, fidando nel fatto che, dopo il referendum, i tempi siano diventati maturi.
Insomma si tratta di portare il tema dell’acqua e della sua gestione ai primi posti dell’agenda politica regionale. E troppo chiedere che il nuovo presidente di Acquedotto lucano faccia la sua parte in questa direzione? So bene che non tocca al presidente di Acquedotto riformare la società che presiede, ma contribuire alla discussione e alla formazione degli orientamenti sulla questione non le è interdetto. Anzi, dopo il referendum, penso che sia un suo dovere istituzionale.


Il Quotidiano di Basilicata, 19 aprile 2012

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