Basilicata, il lato oscuro del potere

Decanter, 2, 2011

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Quando nella direzione del PD, che avrebbe dovuto affrontare la crisi politica scaturita dall’emergenza ambientale che ha investito la Basilicata e esplosa infine con il caso Fenice, Erminio Restaino ha fatto riferimento all’esistenza di una “procura parallela” nei palazzi della Regione che piloterebbe le indagini della magistratura, nessuno ha battuto ciglio, né ha chiesto spiegazioni più di tanto. Sembra che a scandalizzarsene, e a cogliere l’enormità di tale affermazione, sia stata solamente la redazione del Quotidiano della Basilicata. Non è la prima volta che esponenti di spicco del centrosinistra lucano avanzano l’ipotesi che le inchieste giudiziarie che li riguardano siano il frutto di trame a cui la magistratura si sarebbe prestata.
Il senatore Bubbico, ad esempio, in più di un’occasione ha fatto intendere che l’accanimento giudiziario che si è concentrato in una certa fase sulla sua persona (in verità per arrivare a un nulla di fatto) fosse originato da un’azione ritorsiva da parte di interessi occulti per il fatto che egli si fosse messo di traverso, da presidente della Regione, al deposito di scorie nucleari a Scanzano nel 2004. Colpisce poi che il principale imputato di “Toghe lucane bis”, il sostituto procuratore generale di Potenza, Gaetano Bonomi, fosse sconosciuto ai più nell’opinione pubblica regionale. Colpisce anche che a differenza del presunto destinatario delle sue trame, il giudice Woodcock, non sia mai stato sotto i riflettori dei mezzi di informazione, nonostante che dopo l’inchiesta aperta dalla procura di Catanzaro nei suoi confronti abbia dimostrato una certa propensione alla teatralità dei gesti e delle dichiarazioni. Tutti questi episodi, naturalmente senza alcun nesso tra di loro, rimandano tuttavia a un aspetto poco indagato e discusso dell’esercizio del potere in Basilicata, relativo alla tendenza a affrontare e gestire molte delle cose che contano all’interno di relazioni riservate, se non occulte. È questa tendenza a mio parere che ha fatto di un atroce delitto, quello di Elisa Claps, che poteva essere risolto nel giro di pochi giorni, uno dei “gialli” più oscuri e inquietanti delle cronache dell’Italia contemporanea. Alcuni, dalla famiglia Claps a Libera, hanno nel corso di questi quasi vent’anni pensato che l’occultamento dell’assassinio di Elisa fosse frutto di una consapevole connessione tra settori della Chiesa, della criminalità e della massoneria. I fatti stanno forse dimostrando l’infondatezza di queste interpretazioni ma sicuramente mettono in luce tutta una serie di omissioni anche inconsapevoli. Era più importante il riguardo che bisognava avere verso la famiglia Restivo, da tenere in ogni modo al riparo dallo scandalo, che l’approfondimento di indizi e sospetti. Su ogni cosa, infatti, è prevalsa la preoccupazione di non turbare il giro delle relazioni che contano e, soprattutto, l’onorabilità della Chiesa di Potenza.
Se fosse vera questa interpretazione saremmo di fronte a una situazione ben peggiore che non se ci trovassimo di fronte a una trama consapevolmente ordita, perché a esserne investito è l’intero spirito pubblico della città di Potenza. È delle origini di questo senso comune che ha permeato la vita della città che bisogna cominciare a occuparsi. Se lo facessimo, probabilmente porteremmo alla luce uno “stile”, nella costruzione di una parte dei rapporti di potere che sono nati attorno a Emilio Colombo, ereditato dalla tradizione massonica propria delle classi dirigenti prefasciste della città, di formazione nittiana e socialriformista.
Di questo stile non è stata immune nemmeno la Chiesa di Potenza, soprattutto per il ruolo di un personaggio importante come lo storico parroco della Trinità, don Mimì Sabia. e ovviamente la Dc potentina per quello di un uomo chiave quale è stato fino alla morte nel 2008 Vincenzo Marchese, segretario di Colombo per una vita, grande tessitore delle diverse evoluzioni del sistema di potere lucano sino ai rapporti che presiedono al centrosinistra attuale.
Se si vuole contribuire a aprire una nuova stagione democratica in Basilicata, dunque, è bene che, più che andare alla ricerca di trame e azioni illegali di cui è giusto che sia la magistratura a occuparsi, si rompa con questa tradizione e questo stile e si aprano nelle stanze del potere porte e finestre.


Decanter, 2, 2011
   
 
         
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