“Basilicata coast to coast” A colloquio con Rocco Papaleo

Decanter, 2, 2011

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Nel vedere Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo ciò che mi ha colpito sono state le tante cose che due persone diversissime quali potevamo essere io e lui avevamo in comune nel rapporto sentimentale con la Basilicata. Mi è venuta l’idea di metterle a confronto. Papaleo ha accettato. E ci abbiamo provato.

Da che cosa e come nasce il tuo film?
I punti di partenza sono tanti e diverse le suggestioni cui ho attinto. L’ispirazione del film, dunque, non ha una sola origine. Tuttavia è indubitabile che la mia origine può essere un’”origine”. Sono lucano, sono nato a Lauria dove ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza. Sono andato via a 18 anni per fare l’università, ma si può dire che fino a 22-23 anni il mio paese natale è rimasto il principale mio punto di riferimento. Quindi indubbiamente l’idea del film ha questa radice. La Basilicata è stata sempre per me come uno scrigno da cui tirare fuori tanti motivi d’ispirazione, Poi il fatto che questa nostra regione resta ai più praticamente sconosciuta (su questo ci ho scherzato anche un po’ su) mi ha dato un senso di libertà. Mi ha dato la possibilità di fantasticare su di noi lucani e sulla nostra terra.

Ma perché “coast to coast”?
Qui c’è un’altra radice molto forte che risale alla mia giovinezza. Io mi sono formato nel culto della beat generation e del mondo del rock degli anni sessanta. Quell’America, che pure in quegli anni veniva rappresentata col volto truce dell’imperialismo, a me dava un senso di libertà. Lauria negli anni sessanta poteva avere ancora i tratti di una società arretrata, come chiusa dall’immenso contado delle sue frazioni di campagna, dominata dal sistema politico di tipo patriarcale costruito dal senatore Domenico Pittella. Ma è anche il posto in cui, al liceo, ho potuto ricevere una formazione d’eccezione, per merito soprattutto del mio professore di filosofia Crisostomo Dodero. Il rock era comunque la nostra via d’uscita dall’isolamento. Ricordo i miei cugini più grandi che avevano un complesso musicale. Suonavano persino in chiesa. La “messa beat” la chiamavano.

Allora l’idea del gruppo musicale come cemento di un forte rapporto umano che sta alla base del film ti viene da questi ricordi giovanili?
Non consapevolmente, ma può darsi che ci sia del vero in quello che dici. Certamente l’empatia che si crea tra persone che fanno musica insieme, la sensazione di bellezza che da questo deriva, mi rimanda alle sensazioni che ho provato nella mia giovinezza a Lauria.

Siamo due lucani che hanno vissuto la maggior parte della loro vita fuori dalla Basilicata. Io sono rimasto molto colpito dall’incipit del tuo film (quella carta geografica con un buco al posto della regione), perché mi ha rinviato a esperienze di gioventù. Quasi nessuno sapeva dove fosse la Basilicata e anche la cadenza dialettale, che continuo tuttora a portarmi appresso, era scambiata o per campana o per pugliese. Ti confesso che essere praticamente ignorati qualche volta mi ha irritato.

Si, è vero. Mai qualcuno mi ha detto: ”ma tu sei lucano?” Debbo dire di non aver provato mai irritazione per il fatto che fossimo ignorati. Anzi il fatto che non ci fossimo conosciuti ha fatto crescere la mia simpatia verso la nostra regione e la nostra gente. È un modo nostro di essere po’ laterali, abbiamo la tendenza a stare un po’ ai margini. Ora non so se questo nostro modo d’essere deriva dal fatto che la Basilicata sia sostanzialmente sconosciuta ai più, oppure se la regione non è nota perché i suoi abitanti sono fatti così. Comunque non ho mai provato imbarazzo. Anzi. L’ho presa anche come una piccola “sciccheria” il fatto di essere originario di un posto sconosciuto.

La verità è che noi lucani per molto tempo non ci conosciamo nemmeno tra di noi. Complice la condizione della rete viaria e delle asperità del territorio distanze brevissime sembravano incolmabili, come si può evincere indirettamente dalla scelta del tuo film di fare un viaggio da Tirreno a Ionio a piedi. Per me di Rionero negli anni cinquanta era più semplice, e più usuale, arrivare a Napoli e Bari che non a Lagonegro. Debbo dire di aver conosciuto la Basilicata a trent’anni quando ho cominciato a fare il funzionario del Pci. Questo ci rende estranei gli uni agli altri?
Dici bene. Da giovane non conoscevo affatto il resto della Basilicata. Noi del Lagonegrese rimanevamo nella nostra zona. A Matera ci sono stato per la prima volta dopo i trent’anni. Da bambino ero stato anche a Rimini, in Umbria e in Toscana con la mia famiglia, ma non conoscevo la Basilicata. Il Melfese lo conosco pochissimo. Del resto lo schema “da mare a mare” mi ha impedito inserire il Melfese nell’itinerario dei protagonisti del mio film. Qualcuno se ne anche lamentato…

In effetti per andare dal Tirreno allo Ionio non aveva senso spingersi fino alle pendici del Vulture. Ma i miei conterranei avrebbero dovuto esserti grati per l’omaggio tributato all’aglianico nelle scene girate a Aliano, il luogo culto di Carlo Levi. E forse tu non immagini nemmeno quanto pertinente fosse quella relazione. Levi era un grande estimatore di questo nostro vino…
Hai conosciuto Levi?

Si, nei primi anni settanta. Levi aveva una frequentazione intensa con i comunisti lucani. Le polemiche sul levismo degli anni cinquanta erano ormai alle spalle. Vorrei, ora, meglio capire come nasce l’idea dell’attraversamento a piedi.
L’origine è scherzosa. Nasce dal segno che ha lasciato in me l’”on the road” per eccellenza che è Easy Raider, quel film in cui un gruppo di giovani fa un viaggio in motocicletta che dura giorni e giorni. Ora da Maratea a Scanzano in motocicletta ci si mette un’ora e mezza, o giù di lì. Quindi il viaggio a piedi era d’obbigo per dare quel senso di attraversamento di cui c’era bisogno. In realtà la ragione di questa mia scelta è duplice. Io ho pensato al film come un doppio attraversamento: quello della regione e quello di un’altra regione che è l’anima, quella dei protagonisti ma anche la mia anima. Si è trattato di un lavoro di scavo, d’introspezione. E tutto ciò ha bisogno di lentezza. E poi, nella vita, sono un camminatore. Anche a Roma sono solito percorrere lunghe distanze a piedi. Mi piace. Mentre cammino penso, posso “volare” sulla strada, infilarmi nei piccoli spazi, ho la sensazione di avedre il perfetto controllo di quel mezzo di locomozione che è il mio corpo, anche le cose hanno un altro aspetto. Anche se più che osservare quello che mi circonda, penso. La Basilicata è perfetta per fare il ruolo dell’anima, intanto della mia anima.

Che cosa vuoi dire?
Oltre a fare un film ho fatto un viaggio all’indietro che mi ha fatto riappropriare della mia terra, la nostra regione, e contemporaneamente di me stesso. E poi l’emozione di scoprire paesaggi per me inediti. Il viaggio in Basilicata, per la straordinaria varietà dei paesaggi in un raggio di chilometri così ridotti, è come se fosse l’attraversamento di un continente collocato in un microcosmo, un continente in miniatura. Del contrasto tra il verde delle mie parti e la terra brulla del Materano avevo avuto modo di accorgermene in un film di Michele Placido, Del perduto amore, girato a Irsina e la cui protagonista era proprio Giovanna Mezzogiorno, protagonista anche del mio film. Ma della distesa dei calanchi tra Aliano e il Metapontino non avevo mai percepito la vastità.

Devo dire che quanto fosse intenso il tuo rapporto con la Basilicata l’ho scoperto casualmente vedendo in un DVD allegato all’Unità il tuo lavoro su Campomaggiore da un’idea di (una sorta di spettacolo teatrale ad ambientazione storica nella rivoluzione del 1799 e documentario sul paese di oggi e su quello antico abbandonato dopo una frana). Quella storia che ricostruisce il rapporto tra una famiglia di signorotti locali e le idee dell’Illuminismo, e i moti del ’99, ci dice anche di un’altra peculiarità della Basilicata: una regione ai margini, persino da un’incerta comune identità, eppure terra di grandi intellettuali, da Fortunato a Nitti a Scotellaro per citarne alcuni, o di grandi eventi collettivi come le lotte contro il latifondo o, più recentemente, come la mobilitazione contro il deposito di scorie radioattive a Scanzano.
Si è vero. La nostra è una regione del Mezzogiorno interno che all’apparenza sembra tagliata fuori dalle grandi correnti di pensiero ma anche dagli scambi con il mondo che la circonda. In compenso rispetto al resto dei meridionali i lucani hanno una simpatia calda e una riservatezza che, come abbiamo già detto, li mette un po’ nell’ombra. Ma all’ombra è come se nascesse di tanto in tanto un fiore raro. Sono le personalità e gli avvenimenti collettivi cui hai fatto riferimento.

Bella la caratterizzazione del secondo personaggio femminile, la ragazza di Tramutola che si unisce al viaggio. Mi ricorda proprio le donne delle tue parti dove spesso gli uomini sono un po’ fatalisti e abulici mentre le donne sembrano dotate di grande energia e personalità. Ma è un’attrice professionista?
L’ho vista in teatro e ho subito pensato che fosse l’interprete giusta per quel ruolo. È per metà lucana, di Matera mi pare, e per metà pugliese. Nel disegnare il suo personaggio ho forzato un po’ la mano. Ma volevo rendere omaggio alla personalità delle donne, lucane nella fattispecie, di essere volitive in una società attendista come quella lucana.

In Basilicata il tuo film è stato anche oggetto di polemiche. In particolare Maurizio Bolognetti, esponente radicale particolarmente impegnato sui temi dell’ambiente, ti ha rimproverato di aver presentato una regione priva di contraddizioni e di problemi, di aver attraversato la Val d’Agri senza mai menzionare la grande ferita costituita dall’industria dell’estrazione del petrolio. Le cronache recenti dimostrano quanto Bolognetti abbia avuto ragione sullo stato dell’ambiente nella nostra regione.
Le questioni che solleva Bolognetti sono molto serie ma sinceramente non ho preso molto sul serio le sue critiche al mio film. I suoi sono ragionamenti che posso capire e se la polemica sul mio film all’epoca ha contribuito a portare alla luce problemi e criticità sia la benvenuta. Ma io non ho fatto un documentario sulla Basilicata né un film di denuncia. Ho fatto un film favolistico, una commedia. Non so con quali risultati ma questo era il mio intento.

In quanto ai risultati il pubblico ti ha dato ragione

Il mercato a volte è anche un piacevole inganno. Mai fidarsene ciecamente. La mia comunque era un’intenzione onesta.


Decanter, 2, 2011
   
 
         
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